GIONI DAVID PARRA

ORIONE COME METAFORA

Logo Spazio TadiniGioni David Parra Orione come metafora

Orione come metafora  dal 6 dicembre 2011 al 28 gennaio 2012

La mostra personale di Gioni David Parra, Orione come metafora, comprende dipinti, sculture e una istallazione dal forte simbolismo spaziale. Raccoglie le opere più significative dell’artista attorno a un tema che lo affascina da sempre e che alimenta il suo talento visionario: l’Uomo e l’Universo.

Il lavoro artistico di Parra invita l’osservatore ad abbandonare la visione antropocentrica del mondo, a cui si è prevalentemente legati, per invitarlo a guardare oltre, verso una dimensione del tempo che potrebbe essere passato o futuro - forse un eterno presente - e della materia che nel suo farsi e disfarsi, potrebbe appartenere a tutto o a nulla.

Galileo è per Parra un esempio, un modello di uomo che lotta per un suo convincimento e che riesce, nonostante tutto, a modificare la visione tolemaica del Mondo e dell’Universo in una visione copernicana. Con il suo dire e, con il suo fare, ha compiuto quella che ormai, nel vocabolario comune, rappresenta la cosiddetta “rivoluzione”, il cambiamento radicale del Pensiero.

I soggetti, così materici, raffigurati nelle tele di Parra possono essere quelli catturati attraverso un cannocchiale che guarda lontano nello spazio e coglie quel comporsi e muoversi della materia prima ancora di essere oggetto, prima ancora di essere corpo e forse, con esso, anche spirito o pensiero. Ma, quegli stessi oggetti, potrebbero tuttavia appartenere a un mondo visto al microscopio, un microcosmo molecolare che è dentro l’essere vivente. L’aspetto straordinario è che quell’infinitamente grande e quell’infinitamente piccolo, sembrano essere la stessa cosa: tutto appare uguale. 

Nella mostra “Orione come metafora”, Parra enfatizza la stretta correlazione tra l’Universo e l’uomo. Orione è una delle costellazioni più visibili dalla Terra. Le ultime ricerche astronomiche hanno individuato 150 sistemi solari paralleli al nostro, in fase di costruzione. All’interno di Orione, così come sulla Terra si nasce, si vive e si muore attraverso incontri/scontri e continue metamorfosi. Noi osserviamo le stelle e ad esse attribuiamo figure, nomi, storie e trasferiamo fuori di noi paure, speranze e sogni, dunque Orione come metafora.

Questa mostra rappresenta un’interessante opportunità per approfondire la relazione tra l’uomo e l’Universo, tra arte e scienza. L’Osservatorio astronomico di Brera non ha voluto perdere questa opportunità e ha organizzato, in occasione della mostra, una tavola rotonda “Arte tra Cielo e Terra” .


Novembre, 2011 | Comunicato Stampa

Orione come metafora di Lodovico Gierut

Lo spazio... le stelle...

Chi non ha guardato – in specie nelle calde ore estive – il manto stellato, interrogandosi sui perché dell’Universo e sul mistero dell’oltre?

Personalmente, avendo una piccola e antica casa in Alta Versilia, nei luoghi resi famosi dal soggiorno di Michelangelo Buonarroti agli inizi del ‘500 allorché aprì una strada nel cuore del comprensorio del monte Altissimo, ovviamente conosciuti per l’estrazione del marmo, restiamo ammaliati ogni volta ci accade, tanto che quegli attimi, o minuti dove il pensiero è così attratto, sanno sempre di rinnovo.

Da qualche tempo, poi, seguendo l’attività del versatile creativo toscano Gioni David Parra, la nostra attenzione s’è maggiormente addentrata sull’argomento dove in democratica armonia la scienza convive con l’arte e il mito, e la poesia.

Anni fa, nel corso di una conversazione incentrata sul suo iter, sottolineavamo un concetto ovviamente proponibile pure per altri, cioè della necessità di non perdere di vista – come un navigante – la “stella fantastica” che è parte integrante del viaggio nelle acque della forma entro cui coesiste la gran realtà dell’uomo che pensa e agisce, e che per certi versi – con la ricerca – tenta di integrare qualche cosa di sé, grazie alla propria capacità, nella sostanza di un mondo che gli appartiene per precisa e decisa scelta.

Anche se dobbiamo amaramente constatare che tanta gente per fretta, poca sensibilità, sopravvivenza e altri motivi, poco o niente fa, distruggendo e distruggendosi.

Aviatore. E’ una parola che potrebbe evolversi o essere mutata in astronauta, o meglio in ricercatore: è stato il poeta Borís Pasternàk a scrivere, nella splendida lirica “Notte – con l’aviatore che è metafora – “... osserva il pianeta, / quasi che il firmamento / fosse l’oggetto / delle sue inquietudini notturne”, affermando prima, testualmente: “Non dormire, non dormire, lavora, / non interrompere l’opera, / non dormire, lotta col sonno, / come il pilota, come la stella”, e quindi, ancora: “Non dormire, non dormire, artista, / al sonno non ti abbandonare. / Sei ostaggio dell’eternità, / prigioniero del tempo”.

Ecco che Parra stesso è prigioniero del tempo, lo è e lo sarà per la scelta di un lavoro dove la problematica – l’Arte! – è oggetto del pensare, del fare, del dare; se poi la memoria non ci inganna è stato Franco Miele nel 1965 ad affermare che l’artista è l’essere che meglio degli altri rivela in forma compiuta quello che si dibatte nella coscienza dell’uomo, ma può parimente essere definito artista chi possedendo una sua concezione della vita “la delinea in un linguaggio, nel quale e attraverso il quale sia consentita una duratura comunicazione con gli altri...”.

Orione come metafora” lo rappresenta nell’unità di un linguaggio di alto livello, col suo dominare la fisicità – la tela, la carta, la base lignea o metallica per la scultura – in cui i colori e le forme e le linee concretano accenti e strutture che comunicano.

Non vorremmo apparire polemici nel riaffermare che oggi, purtroppo e ovviamente non in questa sede, ci sono artisti che si sono inariditi ripetendo soltanto con l’abilità tecnica il proprio “già detto”, diventando copisti di sé, perciò – ammirando questo pittore e scultore che non cessa di sorprendere per continuità e coerenza – ne notiamo il volto che si traduce in un atto di fede per la continuità della vita, per un’esigenza di scoperta e per la precisazione di un linguaggio espressivo strutturato nel senso evocativo.

Nella sua azione l’arte si collega alla scienza, giacché nello svolgimento di una tematica in cui sussiste il sapore scientifico, egli ci dona sia l’idealità del contenuto con l’oggetto-formato mai estraneo alla sua vita interiore, sia un qualcosa di concreto in cui la sua libertà ne riflette il rapporto con la società.

La testimonianza diventa così una voce dove l’informe si forma grazie all’atto contemplativo della bellezza dell’arte, che è organico al tutto.

L’Orione armonico di Parra sarebbe stato volentieri apprezzato da Eugenio Montale, che quando veniva a Forte dei Marmi – tanti anni fa – per riposarsi e anche per disegnare e dipingere nei luoghi tanto cari a Carlo Carrà e a Curzio Malaparte, ad Achille Funi, a Marino Marini e ad Ernesto Treccani... amava visitare le esposizioni: entrava nelle gallerie, ma lo sguardo – come ci è stato detto da chi lo ha frequentato, non si soffermava subito su un quadro o sull’altro, ma spaziava, guardando se ci fosse l’armonia.

Oggi non è più il tempo di attaccare solo i quadri alle pareti, o porre in mezzo a una stanza una scultura; lo dimostra il trainante e coinvolgente Parra che collabora con chi organizza, intervenendo pure per dare ulteriori elementi di lettura della sua Opera.

Ecco che la costellazione di Orione, il cui nome deriva dal bellissimo e mitologico gigante greco, figlio di Poseidone, amato da Aurora e ucciso da Artemide, gelosa per la sua abilità nella caccia, gli ha dato spunto per una serie di lavori in cui l’insieme astronomico posto tra Toro, Eridano, Lepre, Unicorno e Gemelli, si pone come personaggio-guida di un pensiero creativo il quale – al di là di interpretazioni specifiche (l’allineamento delle stelle della sua Cintura, Alnitak, Alnilam, Mintaka, la sua nebulosa e altro) – si muove in una dimensione temporale che lui stesso dice “tra passato e futuro... forse un eterno presente...”.

La lezione figurale trascorsa ha indubbiamente giocato un ruolo nel suo equilibrio, tanto che ogni lavoro, teso più al segno o al colore o ad ambedue sempre ben fusi, ci appare come un quaderno aperto con un racconto ad immagini quanto mai incisivo e suadente.

La spatolata, il colpo di pennello, la colatura e il getto cromatico rifluidificato o rielaborato per accentuare l’attenzione su un punto o sull’altro, o raggrumato per deposito, sono passaggi legati dall’intenzione e non dalla casualità.

La novità è nata da riflessioni non distratte da fattori emotivi o da una sorta di estetismo intellettuale.

Il ragionare di Parra è diverso da quello dello scienziato, poiché la sua libertà creativa ne spezza i vincoli del conoscere con minuziosità la struttura di ciò che ha scelto, o la storia profonda – nel caso – dell’astrofisica cui appartiene l’oggetto specifico o ampiamente considerato del suo lavoro. Le sue opere d’arte, testimonianza di un qualcosa su cui ha indagato nel corso di questo primo decennio del nuovo Millennio, testimoniano però un nucleo ben concertato nell’integrazione dell’infinito (con l’Universo, fonte di stimoli) e – appunto – il finito: il quadro, la scultura.

In lui non è indenne l’elemento filosofico; forse ha letto Galileo Galilei là dove afferma che la filosofia “è scritta in quel grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinanzi agli occhi (e dico l’universo), ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua e a conoscere i caratteri ne’ quali è scritto”: s’è così assunto l’onere d’essere artista a tutto tondo in un’operosità che ha attinto da più linguaggi opportunamente assimilati, dando un senso a un Universo (puntualizzato anche con Orione) determinato in dipinti tipo Livrea celeste, Che cosa sono le nuvole, Fallen Angel, Akuamoon, Al centro di..., Valle dell’anima, e in sculture come Tener di conto e Boccadidio.

Ci sia consentita una pausa, a proposito di quest’ultima – un bronzo collocato su una base di marmo nero – che ci piace rammentare assieme a due preziose tecniche miste su carta Magnani, in quanto è stata tra le più apprezzate nel corso di una collettiva versiliese da noi curata nel marzo 2011 a Pietrasanta (ovvio che non mancano altre sue significative fasi espositive oltre i confini italiani), assieme a Fernando Botero, Sandro Chia, Ivan Theimer e altri.

Allora, accostando ai suoi tre lavori una frase del toscano Piero Bigongiari, affermammo che sapevano conquistare il tempo, colmando i tratti dell’energia con una costruzione in cui il gesto della creatività “si fa luce”, e che la sua elaborazione è perennemente concentrata, fatta di camminamenti gestuali e di movimenti/esplosioni che spesso vanno in ogni direzione, con un carico di presenze talvolta inquietanti, testimonianza di scelte artistiche che andranno a conquistare nuove fondamentali mète.

Altri esempi in tal caso non mancano, come Il sogno di Sisifo, una carta intelata di cm 100x150, battuta all’asta nel 2010 da Vittorio Sgarbi a Peccioli di Pisa per fini benefici.

Il dinamismo spaziale di Parra, da ammirare nelle tele (come nelle sculture) di vaste dimensioni e in quelle di pochi centimetri, ha un buon numero di riferimenti simbolici e metaforici; il quattro e il quadrato, la croce, il cerchio... sono continui incentivi che ci accompagnano lungo un percorso privo di chiusure; il suo serio discorso, analisi, comportamento o come si vuol definire, ci offre una moltitudine di stimoli per pensare, ripensare, indagare.

Torniamo alle “stelle” – e all’Orione – di cui dicevamo all’inizio, che ammaliano per il mistero, offrendo l’opportunità a qualsiasi persona vi si voglia accostare di entrare in una dimensione “altra”.

Quante volte abbiamo udito altrove la frase artisticamente infame, “E’ un’opera bella, non mi fa pensare”, lontana “anni luce” dalla sua professione? Se l’Arte è con la A maiuscola, non scendendo nella pur valida fase artigianale, deve pur dare qualcosa di sé per farci crescere!

L’impegno di questo pisano dallo sguardo che va sempre lontano, che non ha paura di confrontarsi con gli altri, che disegna e dipinge e scolpisce, che vive la propria realtà senza estraniarsi dagli accadimenti quotidiani non essendo allineato al conformismo superficiale della “non arte”, non è “a mezzo servizio” ma totale.

Se la croce dei punti cardinali è base dell’orientamento, funzione di sintesi e di misura, e il cerchio conduce il pensiero alla perfezione o ad un qualcosa che si espande e si moltiplica, mentre il quadrato – data l’eguaglianza dei suoi lati – per taluni e secondo l’Artista è precisione o, rapportandosi per certe teorie platoniche, alla materializzazione dell’idea, e la sfera è destinata alla rotazione, nei suoi lavori niente è affidato al caso in quanto questi simboli, uniti ad altri, ne fanno parte integrale.

Esaminandone la produzione è veramente arduo collocarlo; l’Opera, pur inserita in un complesso di idee e temi, non è schematica o fredda, rifugge lo schematismo e si distingue nel senso dell’autonomia di una lettura/interpretazione di un tutto molto vasto.

Nella scultura come nella pittura o viceversa, notiamo la condivisione di una traiettoria, la fusione del gesto/ comunicazione supera in ogni caso qualsiasi confine territoriale accompagnandoci in un “tempo non tempo”, mentre l’impulso e il movimento diventano all’unisono vita e vivacità di segni/segnali che aprono ogni orizzonte.

Col “suo” spazio ritratto che crea fluidi dinamici e lucenti, non possiamo esimerci dal lodarne un lavoro scrupoloso associato nei timbri e nelle tonalità al pulsare di una volta celeste in cui – al vedere per esempio un dipinto tipo In principio come ora – la forma/luce può portarci alla considerazione persino di un primo aspetto del mondo informale alla relazione con l’oscurità e a quello che taluni (ci riferiamo al Sole, o a mille Soli) hanno chiamato “Albero del mondo”, per via dei raggi.

La solidità d’ogni struttura è indubbiamente un suo tratto distintivo; i confini paiono annullarsi in un sentire incanalato nella meditazione che si concreta nei risultati costantemente autorevoli, siano essi pittorici o scultorei, riassunto di un processo che si specifica in un proprio ordine grammaticale.

Eccoci a un’altra specifica pausa, questa volta di approfondimento, affermando che è stato primariamente il territorio a farlo diventare scultore.

La formazione-base l’ha avuta dal contatto diretto con alcune figure della Scultura toscana del Novecento (ma non solo), la medesima che ha disseminato di sé un’enormità di Musei traendo molta linfa dagli Etruschi prima, e dal Rinascimento poi.

In seconda istanza, dalla frequentazione di molte collezioni, mentre albergava in lui un fattivo mutamento dovuto a una continua visitazione della realtà internazionale.

La fase territoriale, sempre in fermento e inesausta, è data dalla Toscana dove risiede e specificatamente dalla linea apuo-lunense e versiliese, dove “abita la scultura”.

Parra è sempre stato ammaliato dalle rocce metamorfiche e da quei marmi – ricordati da Plinio, da Strabone e da Svetonio – ben incentrati nella catena delle Alpi Apuane, che anticamente partivano dal portus Lunae (la romana Luna fu fondata nel 177 a.C.) estratti con mezzi elementari e destinati al mondo di allora: erano i medesimi luoghi dell’attivo tracciato degli scultori, degli architetti, dei letterati e degli storici tipo Francesco Petrarca, Andrea e Giovanni Pisano, Dante Alighieri, Giorgio Vasari, Filippo Brunelleschi, Antonio Canova...

Sono stati e sono indubbiamente ancora oggi il luogo prediletto per la scultura, con nomi come Henry Moore, Gigi Guadagnucci, Giuliano Vangi, Igor Mitoraj... ma nel tornare al protagonista, è chiaro che hanno sollecitato la sua fantasia, al pari di una storia scritta con la subbia ferendo e plasmando la roccia nei laboratori specifici...

E poi ci sono le fonderie che al pari di altri, senza far ora un lungo elenco, frequenta impegnandosi assieme ai migliori maestri artigiani tanto lodati da chi conosce il valore del lavoro.

Tutto ciò per dire che Gioni David Parra non è nato casualmente come artista, ma siccome lo si è trattato sino a oggi più che altro come pittore, visto che ci è stata data l’occasione, ci sia permesso – prendendocene carico – di averne stigmatizzato le origini che hanno avuto un senso ben preciso pur se, lo crediamo fermamente, quei luoghi ricchi di una memoria che mai va in fumo, spingono alla scultura anche chi – tra i creativi – prima non ci avrebbe pensato.

Il suo farsi anche scultore, distinguendosi, ha comunque una certa assonanza mentale con un artista tra i massimi del Novecento, cioè Emilio Vedova, accanto al quale lo poniamo concettualmente e di cui rammentiamo una frase: “... passare alle scelte sempre tenendo conto dello spazio”.

Nell’esaustivo saggio inserito nel catalogo Emilio Vedova Scultore edito e curato da Skira (Ginevra-Milano 2010) e stampato per l’omonima mostra tenutasi a Venezia presso la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Germano Celant ha inizialmente affermato che la finalità era tesa “a mostrare e ad ampliare un aspetto inedito e inesplorato della sua produzione visiva al fine di sottolineare un ulteriore apporto al linguaggio dell’arte moderna e contemporanea”.

Ha altresì detto dei “due universi” e che il “cammino verso l’altro, la pittura verso la scultura e viceversa, è un attraversamento della soglia, sorta di interfaccia, il passaggio, una volta aperto e transitato nel corso del tempo come hanno dimostrato le avanguardie storiche, si protrarrà all’infinito, arrivando a cancellare le differenze tra le arti”.

Non è nostro uso appropriarci, modificandoli, dei concetti di Celant, perciò traiamo dal suo prezioso intervento e leggiamo subito una successiva citazione, di Alberto Giacometti (è una delle firme stimate da Parra): “Aucune différence entre peinture et sculpture, je pratique indifférmment les deux, l’une m’aidant pour l’autre”, là dove Celant, sull’artista, afferma di un “Ravvicinamento nella distanza, ricerca di armonia tra pittura e scultura”.

Se “il legame tra scultura e pittura si fa indissolubile” (...) e che “tutto ruota e si mescola, per cui cadono la centralità sulla superficie e nello spazio, di una densità gestuale ed espressiva, che è corporea”, emerge perentoriamente il nome di Vedova, tanto che analizzandone l’iter l’illustre storico fa riferimento al “deragliamento della soglia pittorica”, riferendosi quindi a certe opere (Plurimi) in cui “l’autonomia spaziale della pittura-scultura si fa acquisizione di una materialità in frammenti”, terminando l’intervento citando Chi brucia un libro brucia un uomo, del 1993, dedicato da Vedova alla distruzione di Sarajevo e destinato a tale città: “Un “disco plurimo” che si apre ed esprime il respiro della vita, all’insegna del gesto e della forma. Un soffio di magnetismo che continua il viaggio nel flusso delle profondità pittoriche e scultoree...”.

A questo punto, tornando all’argomento principale, sorge doverosa la domanda se Parra, che condivide la continuazione del “rilievo reale”, sia più pittore che scultore, o viceversa.

In precedenza abbiamo voluto affidare a chi ora ci legge, o ascolta, il concetto per cui l’unione tra l’una e l’altra forma, nel riempirsi di materia e col colore/segno, pulsa nell’edificio del Nostro, portandolo ad esprimersi compiutamente.

Il suo alfabeto, sia esso distinguibile in trame cromatiche ammaliatrici, o assestato nella pluralità più disparata – plastica, bronzo, carbone, pigmenti... – ci conduce ad un’Arte densa di una modalità intenzionalmente bloccata nella stesura del sogno/segno/incontro/fluttuazione e rotazione di più elementi.

Scena prima. Turner o Casta Diva... coesistono con Seastar, ma non è agevole differenziarli nell’usualità dei termini; per noi sono unicamente opere di un artista che sa essere del proprio tempo, ma che si sta proiettando oltre, fuori da una certa dimensione portando, con sé pure taluni valori tecnici (o artistici?) come quel mestiere (il disegno, fare pittura-pittura, plasmare il gesso e la creta... patinare il bronzo...), che a vedere certe altrui esposizioni non riusciamo più a decifrare.

Dove arriverà Gioni David Parra? Con lui è nata una “stella nuova”?

Forse, ma la risposta a questo punto è affidata al pubblico più sensibile e preparato che sa vedere dentro e oltre l’Opera che gli è davanti, sa discernere chi gioca con l’Arte da chi la fa realmente offrendosi completamente ad un tempo, il nostro, che per sopravvivere ha ancora bisogno sia di poesia, sia di serietà professionale.

Orione come metafora” è una sua tappa, ma contestualmente si presenta – e perché no? – come un momento di incontro e di riflessione. Per ognuno di noi.

Novembre, 2011 | 


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EVENTI CORRELATI ALLA MOSTRA

Arte fra Cielo e Terra
Tavola rotonda a cura dell’Osservatorio Astronomico di Brera.

Moderatrice Elisa Triani, giornalista di Studio Aperto – Italia 1

Intervengono:

Melina Scalise, presidente di Spazio Tadini

Osservatorio Astronomico di Brera: Giovanni Pareschi, direttore e Gabriele Ghisellini

Lodovico Gierut scrittore e critico d'arte

Gioni David Parra, artista

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EVENTI CORRELATI ALLA MOSTRA
21 Gennaio, 2012 | Ore 18:00

A Spazio Tadini sarà presentato il Catalogo della mostra, stampato da Comitato archivio artistico documentario L.Gierut, curatore della mostra.

Testi di: Melina Scalise, Stefano Sandrelli, Lodovico Gierut.

Interventi di: Maurizio Vanni, Valerio Meattini, Luca Pietro Nicoletti, Francesca Sassoli, Tauscheck e Gabriele Ghisellini.

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OSSERVATORIO ASTRONOMICO DI BRERA e INAF

L’Osservatorio Astronomico di Brera (OAB), istituto di ricerca d'eccellenza riconosciuto a livello mondiale, è la più antica istituzione scientifica di Milano. Dal 1946 è entrato a far parte delle istituzioni scientifiche della Repubblica Italiana e nel 2003 è confluito nell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Fin dalla sua fondazione nel 1762 per opera di Giuseppe Ruggiero Boscovich mantiene la sede in Palazzo Brera, a Milano. Dal 1923 è attiva anche una seconda sede presso Villa San Rocco, a Merate (LC), in Brianza.


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INAUGURAZIONE

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OPERE

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Arte fra Cielo e Terra

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