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Se si leggono in modo giusto i dati che si possono desumere da queste
presenze, è probabile si trovi una strada nuova, più impervia forse ma
più rigorosa, per interpretare la sua opera. L’immagine codificata più
canonica che si abbina al lavoro di Ossola è quella di una pittura
dell’abbandono, della desolazione, dei luoghi in cui è cessata
l’attività umana e che hanno sofferto di una marginalizzazione da parte
del consenso sociale. Sovente si è dato di questi soggetti una lettura
nell’ottica del disagio della vita moderna, o della caduta della
civiltà delle macchine, o della solitudine dell’uomo moderno. Non è una
lettura errata, ma può essere arricchita se si guarda lo sviluppo del
suo percorso artistico sul lungo periodo per rintracciarne le costanti
all’interno di una variazione continua. Ci si renderà infatti conto
che, accanto a un Ossola che dipinge gli interni, che si è interessato
all’archeologia industriale, esiste una importante fase del suo lavoro,
fra la metà degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta, in cui
si annida una vitalità brulicante e sotterranea che contamina le cose
inanimate, le connota tramite un colore denso e pastoso di una
fisiologia organica e ne fa oggetti con una nuova consistenza. Già
allora, in tele e grafiche che denunciano reminiscenze delle istanze
“barocche” dello spazialismo, era attirato dal dettaglio minimo,
marginale, di cui coglieva, con segno rapido e gestuale, l’aspetto
instabile e metamorfico. Già lì si annidavano alcuni elementi che si
sarebbero rivelati costanti, e che alcune “spie” aiutano a riconoscere
meglio.
Facendo ancora un rapido giro di studio, su un lungo tavolo si apprezza
una muraglia di libri d’arte e cataloghi ammonticchiati in file
regolari e ordinate, a cui si devono aggiungere altri volumi, anche
rari e rarissimi, in altri luoghi dell’abitazione. Un elenco di titoli,
in questo caso, si presenterebbe rivelatore. In questo caso ci si può
limitare a qualche cenno. La prima volta che feci visita al suo studio,
infatti, ricordo che l’artista mi mostrò un certo numero di libri e,
per paradosso, un solo dipinto. Ricordo un grosso volume su Permeke,
preso da un gallerista svizzero in cambio di un quadro, e un altro
poderoso tomo su Wols. Li sfogliava una pagina alla volta,
soffermandosi su ogni riproduzione. La seconda volta, invece, mi disse
che aveva scoperto un “amico” visitando alla Triennale la mostra del
fotografo Alfred Ballen, di cui mi volle mostrare il catalogo con
grande partecipazione. Ad un primo momento appariva inspiegabile che un
pittore come lui potesse appassionarsi ad un fotografo così distante
dal suo linguaggio. Nella conversazione, invece, il nesso si mostrava
più chiaro: era il fascino inquieto e l’inventiva folle di Ballen,
costruttore di immagini al limite di un incubo lucido e cosciente, ad
averlo colpito; in quelle fotografie, insomma, c’era un senso di caos
degli oggetti che si spiegherà bene pensando a certe sue tele e
soprattutto se si tiene presente la passione di Ossola per l’opera
dell’incisore Hercules Seghers, «[…] con la sua visionaria, molecolare
parcellizzazione cosmica di involucri grafici in disfacimento»,
seguendo la breve definizione che ne dava Ossola stesso nel 1993. Alla
luce di questo approccio, ecco che si spiega meglio anche quando Ossola
rispondeva a una domanda di Sebastiano Grasso, sempre nel 1993,
osservando che «[…] si scopre sempre qualcuno che ha fatto prima la tua
stessa lettura del mondo».
Bisogna infatti tenere presente , oltretutto, che Ossola ha affiancato
la sua attività di pittore con la scrittura, recensendo mostre per il
periodico romano “L’Umanità” e, soprattutto, collaborando con la Radio
Svizzera Italiana, per la quale settimanalmente recensiva le mostre. In
una grande cassettiera dello studio, due cassetti sono pieni zeppi dei
dattiloscritti preparati per essere letti alla radio o per essere
impressi sulle pagine della stampa periodica. Basterebbe scorrere i
nomi per avere un catalogo delle predilezioni artistiche di Ossola e,
insieme, un vero e proprio “catalogo degli amici”, insieme a uno
spaccato molto preciso e molto orientato della proposta espositiva
milanese fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta:
i nomi che si avvicendano sono quelli dei pittori della sua
generazione, di persone conosciute e frequentate a lungo. Eppure,
nonostante la frequentazione assidua con molti degli artisti a cui
dedica le sue recensioni, come Costantino Guenzi, o Tino Vaglieri, o
Franco Francese, per citarne alcuni fra i tanti, nelle pagine di Ossola
non trapela mai un cedimento emotivo o sentimentale, o la testimonianza
di un ricordo in prima persona: Ossola affronta la pagina scritta con
il distacco di chi si mette di fronte alla pittura per leggerne i
caratteri alla luce di un sistema di pensiero e di un’idea estetica,
sottolineando gli elementi che le consentono o meno di entrare in un
determinato sistema di valori. Era un carattere di cui gli stessi
artisti gli riconoscevano l’importanza, come testimonia una bella
lettera che gli scrisse Franco Francese, il 27 novembre del 1982, dopo
una recensione che Ossola aveva fatto della sua mostra presso la
Galleria Trentadue di Milano, dicendo che aveva «[…] letto e riletto la
tua recensione alla mostra da Paglione e mi riconfermo nella
convinzione che gli artisti dovrebbero scrivere d’arte. Oltre tutto,
con l’aria che tira, saremo costretti a farlo dalle circostanze: siamo
al punto che i “critici” usano i pittori come comparsa al loro
protagonismo».
In quelle parole si percepisce la delusione nei confronti della critica
militante a loro contemporanea, una delusione che si ritrova anche in
diversi scritti di Ossola stesso, specialmente in quelle pagine in cui
è più esplicita la polemica nei confronti del sistema dell’arte e dei
valori che questo propugnava, e dell’avallo critico a cui questo poteva
appoggiarsi. In questi scritti, per la maggior parte suscitati da
situazioni occasionali, veniva a costruirsi quindi un sistema
parallelo, alternativo, rivelatore del pensiero di questo artista sulla
pittura e, insieme, della tradizione pittorica in cui coscientemente
egli colloca se stesso.
Tuttavia, bisogna precisare che rimane inadeguata, nel suo caso,
l’etichetta che a volte gli è stata attribuita di “critico d’arte”.
Mi pare giusto dire che Ossola sia un “artista scrittore”, da
collocarsi in un genere della letteratura artistica che fa leva, più
che sul metodo di indagine critica, sulla forza di una impostazione
teorica militante: quella critica, insomma, che legge l’opera d’arte a
partire da un principio estetico e che si preoccupa principalmente del
principio artistico sotteso alla stessa. Si tratta dunque di un
approccio che aiuta a leggere, in tralice, il pensiero dell’artista
sulla propria opera e sul proprio mestiere, giacché in entrambi si ha
un riflesso nella lettura dei dati esteriori. Gli artisti, infatti,
quando parlano del lavoro di altri artisti, parlano sempre anche un po’
del proprio lavoro. Il caso di Ossola è sicuramente particolare, in
quanto egli riesce a mantenere sempre un certo distacco che gli
consente di andare in profondità anche all’interno di produzioni visive
molto distanti dalla sua. È pur vero, però, che l’occhio con cui guarda
la pittura (e la scultura a volte, o la fotografia) rimane lo stesso
occhio con cui fa poi materialmente la sua pittura, e che rimane
comunque un canone di predilezioni che lo porta a scegliere di parlare
di determinati artisti piuttosto che di altri.
Accanto a questi scritti, però, ve ne sono altri di carattere teorico,
interventi per conferenze o dibattiti e, soprattutto, una miriade di
appunti che andrebbero letti in parallelo alla visione delle opere:
sono scritti brevi, spesso in forma di aforismi, in cui vengono
asseriti dei punti fermi. Ossola non ha mai scritto un trattato
teorico, né una vera e propria storia della propria pittura; piuttosto
ha preferito annotare in forme brevi o brevissime i propri pensieri che
si accompagnavano ai dipinti. Si tratta di appunti a cui Ossola ha
sempre tenuto particolarmente, tanto che fanno la loro comparsa in coda
a tutti o quasi tutti i suoi cataloghi, ogni volta con delle espunzioni
o delle aggiunte. Si potrebbe quasi ricostruire la storia di Ossola
pittore semplicemente collezionando e commentando le affermazioni fatte
nel corso del tempo e legandole ai quadri dello stesso periodo. A
volte, paradossalmente, se il significato delle affermazioni che vi
sono contenute rischia di diventare troppo difficile, il loro
accostamento alle tele e ai disegni ne chiarifica immediatamente la
forza evocatrice, la capacità di amplificare gli aspetti percettivi del
gesto pittorico. Deve essere stato questo carattere evocativo più che
esplicativo ad incuriosire il poeta Giovanni Raboni, il quale, mi
raccontava Ossola stesso, quando andava a trovare il pittore voleva che
questi gli leggesse ad alta voce proprio questi suoi scritti.
Proprio da questi emerge con chiarezza il profondo interesse con cui
Ossola aveva focalizzato la sua attenzione sulle cose, sugli oggetti,
su cui si china con occhio indagatore per coglierne gli aspetti di
instabilità, di mutamento. Era l’artista stesso a scrivere, nel 1968,
che «gli oggetti si dilatano e si contraggono continuamente», a cui si
può accostare una acuta osservazione di Fabrizio Dentice dello stesso
anno: «In Ossola c’è una qualità di scienziato seicentesco. Si porta
dentro il ricordo degli alberi, si porta a casa il fungo raccolto ai
margini del fosso, lo posa a disseccare sotto gli occhi su un foglio
bianco. Le immagini, i ricordi precisi e penetranti, si sommano e si
separano, ricreano l’oggetto ideale che viene confrontato e misurato
con la realtà e le situazioni». Proprio la forma dei funghi, con la
loro morfologia irregolare, violentemente organica, riaffiora da alcuni
disegni di quegli anni che sembrano, al tempo stesso, memori dei
“teatrini” di Lucio Fontana, ma è soprattutto indicativo un altro
appunto dello stesso anno: «Il fungo è una fantasiosa, elegantissima e
assai ricca combinazione di forme primarie, il più dotato visibilmente
di assurdo e di pazzia». Da questi dettagli specifici, il discorso si
allarga: «Ogni oggetto esistente, anche il più scadente prodotto
dell’industria umana, è straordinariamente interessante perché esiste.
Su qualsiasi oggetto si possono fare infiniti commenti». Quasi mai
Ossola si sofferma, in questo momento, sui problemi della pittura e
della rappresentazione: preferisce mettere a fuoco i suoi soggetti di
interesse e restituire con carta e penna le vibrazioni percettive che
questi gli suscitano. Sarà un carattere costante anche quando parlerà
dei suoi interni, o, prima ancora, degli interni-esterni, arrivando
alla conclusione, sempre nel 1968, che «viviamo dentro uno spazio
instabile, che muta continuamente forma».
Sono anni in cui Ossola lavora fuori Milano, con uno studio nella
Cascina Scessa di Castellazzo di Bollate, in una corte vicino alla
grande Villa Arconati, cui avrebbe dedicato un ciclo di dipinti quasi
vent’anni più tardi. Qui, alla fine degli anni Sessanta, realizza
persino alcune sculture in gesso dai titoli eloquenti: uno per tutti il
Ritratto di deviato poetico in cemento, gesso e ferro, del 1968. Sempre
in questa data, così cruciale nel percorso dell’artista, ci viene in
soccorso un bel ricordo di Fabrizio Dentice, sul pieghevole di invito
di una mostra a Gallarate, presso la Galleria dell’Arnetta (17-28
febbraio 1968):
Lo incontrai qualche mese dopo aver conosciuto i
suoi quadri, nel suo studio, a Castellazzo di Bollate: una stanza in
una cascina di contadini ai margini di un vecchio parco: di qua gli
alberi, di là il granturco e un pezzo di canneto radicato in un
pantano. Ogni giorno, nei periodi in cui dipinge, Ossola lascia la sua
tana di Milano [in corso Como] e va a lavorare laggiù, con il sole, con
la pioggia ed anche con la nebbia. Qualche volta va più lontano, nei
luoghi d’origine dei genitori, a Mesenzana, vicino a Luino, ma qui più
che altro se ne sta vicino al fuoco o passeggia in campagna. A
Castellazzo, invece, non può fare altro che dipingere: vi arriva con un
album spesso e largo come una palanca, su cui l’idea della tela è già
imprigionata in quattro segni di matita, con i colori annotati a
fianco, e lavora. Molto spesso i quadri sono istantanei o quasi:
vengono da una carica accumulata che si traduce sulla tela in un fluire
continuo e spontaneo di pennellate; e raramente succede, se non per
quadri grandi, che egli debba tornarci sopra più di una volta. Sono
fogli che meriteranno uno studio più approfondito, magari all’insegna
di una carriera “barocca” di Ossola, da intendersi nel senso in cui
Crispolti usava questo aggettivo in relazione a Lucio Fontana. Per il
momento, però, è sufficiente rifarsi alle parole del pittore stesso,
raccolte da Alberto Pellegatta in una Conversazione col pittore, in
occasione dei suoi settant’anni. Merita ricordare questo testo
soprattutto per la sua esistenza effimera, affidato a un foglio
informativo del milanese Studio d’Arte del Lauro, che ne rende
difficile la fruizione da parte del lettore comune:
[…]
Lo stimolo a dipingere era continuo e violento. A vedere oggi quelle
tele, quei paesaggi con le teste che allora dialogavano con le
profondità del mio cervello erano vera sperimentazione. Le teste
attraversate dalla città! La pittura è usare un linguaggio antichissimo
per far lampeggiare visioni del nostro tempo. Occorre di nuovo un po’
di lucida follia. La pittura è anche storia dell’uomo per immagini.
L’inquietudine di allora, il fermento intellettuale erano qualcosa di
evidente.

Ossola pittore lombardo Non
mancano referenti storici fondamentali però, per comprendere questa
fase e le successive. Colpisce quando, fra appunti in cui si parla di
oggetti, del rapporto fra la materia delle piccole cose nel loro stato
di mutamento e una dimensione cosmica (del resto, son passati pochi
anni da quando l’uomo è atterrato sulla luna), si trova un fulminante
appunto, ancora del 1968, in cui si legge che «Il sangue umano sulle
tavolette medievali brilla come un puro gioiello».
Tuttavia, non sono questi i riferimenti più stringenti che Ossola ha
tenuto sott’occhio. Nello studio di alcuni pittori della sua
generazione ho trovato attaccate alle pareti, o ai mobili, riproduzioni
di “primitivi” italiani del Tre o del Quattrocento, ma non in quello di
Ossola. Da lui, sulla parete dove dipinge (ché non ama lavorare al
cavalletto, bensì preferisce attaccare la tela direttamente alla
parete) si trovano una riproduzione di Mario Sironi, una di El Greco,
di Vermeer, di Renoir, alcune fotografie sfocate ma, soprattutto,
Crespi e fra Galgario. Con questi ultimi nomi si torna rapidamente alle
radici lombarde di questa pittura.
Non ci si è mai interrogati abbastanza su quanto conti, per Ossola come
per molti pittori della sua generazione, lo stimolo della pittura del
Seicento: è la tradizione di Cerano e Crespi, ma soprattutto di
Magnasco, a fare da retroterra culturale. Se ne era accorto, con parole
acute e illuminanti, il filologo Dante Isella, presentando una sua
mostra alla Galleria Trentadue di Milano nel 1983, osservando come
Ossola si inserisse quasi naturalmente in una tradizione di attenzione
al dato di realtà che aveva radici profonde nella cultura artistica e
in quella letteraria lombarda. Non va trascurato, che quel testo veniva
scritto nello stesso anno in cui Isella pubblicava per i “Paperbacks”
di Einaudi la raccolta di saggi I Lombardi in rivolta, in cui si poteva
rileggere, in apertura, un saggio del 1970 dedicato a La cultura
letteraria lombarda e volto a tracciare una linea di sviluppo in cui si
potevano rintracciare delle costanti poetiche (ed etiche) perduranti
nel tempo.
Ma nel fare questo, Isella non mancava mai di tornare alle arti visive
e alla parallela “genealogia” dell’arte lombarda che veniva fuori dal
trittico di mostre curate da Longhi a Palazzo Reale di Milano negli
anni Cinquanta.
In un certo senso, tracciando una linea congiungente fra i “pittori
della realtà” di Longhi e il tempo presente, Ossola poteva apparire
come l’esito più recente di quella lunga tradizione.
E non poteva non accorgersi di questa affinità anche un altro lombardo,
che a suo tempo aveva collaborato alla mostra dei Pittori della realtà
in Lombardia: Giovanni Testori, che tempestivamente recensì la mostra
alla Galleria Trentadue sulle pagine del Corriere della Sera (2
novembre 1983).
Allo stesso tempo, però, su questo retroterra lombardo andavano a
innestarsi le novità dirompenti e sconvolgenti portate da Francis Bacon
e, soprattutto, da Graham Sutherland. È quest’ultimo, in particolare,
ad attirare l’attenzione di Ossola, che su di lui scrive ben tre volte.
La prima è il 26 novembre 1977, recensendo la mostra alla Galleria Bergamini di Milano:
[…] L’artista realizza un nuovo originale caso in arte di cooperazione
espressiva degli opposti e lo traduce sul piano della figurazione in
una gabbia analitica ove rintraccia, punto per punto, cellula per
cellula, affascinanti tracce del mistero delle cose.
Nel cielo delle api l’artista elabora meticolosamente le vicende dello
sciame, la cui infallibile organizzazione gli offre un pretesto più
diretto per una nuova operazione di matematica poetica, e arricchisce
la sua collezione comprendente macchine animali e vegetali, allucinati
monumenti e altarini di carne e clorofilla stillanti linfa, topografie
di organi riscattate da un colore splendente e ambiguo. L’osservazione
della vita e del lavoro delle api, la crudeltà e l’intelligenza dei
rituali, provoca in noi una sorta di stupore ipnotico, richiama dal
profondo strane risonanze ancestrali: in questo clima ricettivo
Sutherland è del tutto a suo agio e perfettamente in grado di
trascinare i suoi arabeschi satanici, trapunti su un puntiglioso
reticolo che via via scompare.
Ancora
un testo, due anni più tardi (18 giugno 1979), in occasione della
rassegna a Palazzo Reale di Milano, dove vengono presentate le opere
che Sutherland aveva eseguito fra il 1940 e il 1944 su incarico del War
Artist Committee per raccontare in immagini la guerra in corso.
Ma soprattutto, significative alcune affermazioni che si trovano in un
altro testo due anni più tardi, per un’altra mostra alla Bergamini (16
febbraio 1981), questa volta antologica ad un anno dalla morte del
maestro inglese:
In
questa sorta di razionalizzazione visionaria della natura, dove tutto è
rigorosamente strutturato per essere rigorosamente stravolto, dove gli
alberi mettono artigli e le macchine mettono foglie, sono lucidamente
perseguiti i risvolti enigmatici della materia, le cellule misteriose
da cui prolifera lo stupore della forma. Sutherland arricchisce via
via, implacabilmente, la sua collezione di marchingegni dotati degli
attributi dei tre regni, animale, vegetale, minerale, di monumenti
dalle mille cavità, di altarini di carne, ossa e clorofilla stillanti
linfa, ambigue topografie di organi riscattate dai colori splendenti di
un visionario nordico. Sutherland è grande colorista, con una gamma
vivace e raffinata di rossi, carminii e rosa, gialli, azzurri, verdi e
grigi, neri vellutati e traccianti, che conferiscono una satanica
vivacità ai suoi crudeli e affascinanti arabeschi, trapunti su un
puntiglioso reticolo quadrettato che via via scompare.
Meno
di frequente si pronuncia invece su Francis Bacon, nei riguardi del
quale si rintraccia soltanto un giudizio del 1 giugno 1983, che però
non va molto oltre il riconoscimento di merito nei confronti del
pittore irlandese:
Bacon, fra i
maggiori pittori del secolo, ha sviluppato un linguaggio di una
tipicità assoluta. La qualità delle sue lancinanti sintesi visive, la
corporeità deformata delle figure collocate in uno spazio arcano e
irripetibile, o esibite da gabbie essenziali, su fondi dai colori
violenti su scure profondità percorse da taglienti linee prospettiche,
rappresentano un raggiungimento espressivo e un’intuizione estetica
fondamentali per la nostra epoca. […] Pittura e soggetti di Bacon, che
egli non riprende direttamente dal vero ma da immagini mediate,
sembrano rivolgersi, con il loro tipico e forte impatto, al sistema
nervoso dello spettatore.
Vi
ritornerà, in forma molto concisa, in una intervista di Sebastiano
Grasso del 1993, in cui, alla domanda sui suoi “padri”, dopo aver
citato i maestri del Seicento lombardo, Rembrandt e Magnasco, quando
viene sollecitato sul nome di Bacon si limita a rispondere: «Non lo
conoscevo. Volli vederlo quando qualcuno osservò che la mia pittura
aveva qualche elemento in comune con l’artista inglese». Ancora
più succinto, ma tutto sommato esaustivo, quando invece gli venne fatto
il nome di Alberto Giacometti: «Affinità elettive».
Figurazione dopo l’informale
Uno dei punti fondamentali della riflessione teorica di Ossola riguarda
la ricezione dell’informale da parte della sua generazione, cioè come
molti pittori abbiano attinto dall’informale per acquisirne una libertà
di gesto pittorico pur ritornando nell’alveo della figurazione. Su
questo, in particolare, si interrogava scrivendo il testo Quale segno
per una mostra che si tenne alla Permanente di Milano e che si
intitolava Il segno della pittura e della scultura. Qui, accanto a una
selezione dell’informale storico, era stata invitata una selezione di
artisti cui era stato chiesto di proporre, oltre le opere da esporre,
una selezione di dettagli da loro dipinti o sculture in cui fosse messo
ben in evidenza il particolare “segno” connotativo della loro pittura
non si può negare che fosse un esperimento interessante, ancora oggi
pienamente godibile dalle pagine del catalogo pubblicato da Mazzotta, e
che anzi meriterebbe di essere replicato.
Riflettendo sul segno, Ossola fa nel suo testo una prima messa a fuoco
del discorso che poi svilupperà come “contaminazioni dell’informale”,
osservando come questo sia stato metabolizzato dagli artisti della sua
generazione, i quali «[…] hanno applicato e elaborato alcuni strumenti
di quella esperienza nelle rispettive ricerche, in modo tipico e
autonomo». Si rende però subito necessario un restringimento di campo
nella definizione di segno, scartando esperienze di contaminazione di
linguaggi che, salvo rari casi, hanno più nuociuto che giovato alla
pittura. La presa di posizione di fondo, comunque, è contro le idee di
“morte dell’arte” e, aggiungerei, più nello specifico di morte della
pittura.
Il «segno estetico» su cui si vuole porre attenzione, insomma, è quello
ottenuto con i mezzi tradizionali del mestiere di pittore e alle sue
possibilità di linguaggio ancora inesplorate, considerandolo capace di
«[…] operare oggi, ancora, una mutazione creativa dei dati che
provengono dal reale e dal serbatoio inesauribile delle tradizioni
artistiche; verificare uno svuotamento attuale di questi dati per via
di esperienza; operarne una contaminazione significante». Deriva da qui
la lettura dell’avvento dell’informale come «un’invasione di fresche
forze barbariche nel campo rarefatto di una cultura visiva in
decadenza», e mettendone a fuoco le novità come interpretazione dei
tempi moderni:
Prima
dell’informale, forma e sostanza dell’oggetto in pittura erano
determinate da concezioni estetiche ancora generatrici di certezze.
Adesso la perdita di queste certezze lascia il posto alla scoperta di
risvolti enigmatici della materia, alla forma che germina da sè, alla
“produttività” espressiva di tecniche inconsuete, considerate un tempo
aberranti. Questa nuova pratica ha mutato, a lungo andare, il tipo di
sensibilità del pittore.
Di
questa costruzione, poi, si può avere un riscontro immediato in un
testo dell’aprile 1986 dedicato all’opera dell’amico pittore Costantino
Guenzi, in cui il giudizio sul lavoro individuale è anche l’occasione
per riprendere nuovamente il problema di come la sua generazione si sia
misurata con l’informale. Merita leggerne un lungo estratto:
L’opera
pittorica e grafica di Guenzi traccia, si può dire, una vicenda
esemplare nell’alveo dell’esperienza informale. L’artista assume presto
le valenze dell’informale europeo, con una sua verità di modi,
tecniche, tematiche, con un’elaborazione continuamente nuova e diversa,
con sviluppi attuali e pregnanti, e una costante di fondo. Le
indicazioni e gli stimoli che provengono all’artista dall’osservazione
della natura e del mondo circostante sono passati al filtro di una
attenta sensibilità e di una cultura ricca e sedimentata, determinando
il magma delle sue stesure cromatiche dai toni intensi e profondi, di
ampio respiro. Le forme e le strutture che nascono in questo processo
creativo, sono liberamente e poeticamente reinventate, e la forte,
misteriosa presenza delle cose ne risulta trasposta in uno spazio
nuovo. […] Le immagini di Guenzi portano con sé, fortemente, il senso
della durata, un senso positivo di fondo che richiama assonanze
culturali e espressive interne e lontane. È un informale costruito su
solide basi, che consentono all’artista di conferire al quadro una
tensione che raramente si allenta, pur nel variare e alternarsi delle
tematiche. La materia pittorica, a pennello o a spatola, stratificata e
incisa da segni di costruzione formale o di trama sottile e ritmica,
appare di stesura agevole e compatta. La gamma cromatica, se predilige
i toni densi e profondi, i carminii e i bruni o i verdi cupi, i grigi e
i neri, si libera anche, non infrequentemente, verso i bianchi, gli
azzurri, i gialli chiari e rosati, senza che venga meno l’intensità del
risultato. Talvolta Guenzi parte per una ricognizione di oggetti più
chiaramente delineati, oggetti-forma, geometrizzanti o organici;
ancora, in un ciclo di alcuni anni fa, con figurazioni evocanti un
clima tra metafisico e araldico, come d’antiche città e battaglie.
L’istintiva temperie pittorica di Guenzi convive con una componente
mentale organizzatrice, che è anche motore della sua capacità di
rinnovarsi. Nei lavori più recenti, soprattutto una serie di
gouaches e alcuni oli, l’immagine risulta ancora più interiorizzata,
evocando arcani e raffinati ritrovamenti.
L’opera complessiva di Guenzi è la base ideale per stabilire un
raffronto, oggi di particolare interesse e attualità, fra l’informale
“storico” con i suoi successivi sviluppi e il “neo-informale”,
quest’ultimo dai modi svariati ma agevolmente riconducibili a
caratteristiche e moventi comuni. È un discorso che qui tentiamo appena
di accennare, ma che in vari modi e da varie fonti si sta sviluppando
nel dibattito artistico.
Ufficialmente, la riscoperta da un lato dell’informale storico e,
dall’altra, l’inserimento, sovente sbrigativo e categorico, del
neo-informale negli spazi prestigiosi dell’arte, avvengono con una
cesura e una discontinuità che non tiene conto di collegamenti e
sviluppi, né analizza in modo adeguato le differenze sostanziali.
Questo è un lavoro critico ancora da farsi, e solo il suo svolgimento
potrà chiarire le rispettive caratteristiche, le qualità e le carenze
che sfuggono a storicizzazioni frettolose. Qual è la differenza fra un
linguaggio informale assunto all’inizio del lavoro di un pittore, negli
anni Cinquanta, e sviluppato in modo personale, vivo e continuo per
trent’anni, fino a dargli nuova fisionomia, e l’informale che si
riprende oggi come moda? Molto brevemente: il primo presenta una
sostanza diversa, un contesto, un entroterra culturale, un supporto
profondo; il secondo appare eseguito con modalità prevalentemente
esterne e improvvisate. Se è vero, come è vero, che oggi l’informale
conserva una sua nuova vitalità, ciò appare più evidente in
un’elaborazione mai interrotta; mentre il neo-informale integra
ingredienti che non sempre si fondono all’immagine in modo autentico, è
volutamente sgarbato e aggressivo, come strafottente, e solo nei casi
migliori sopperisce uno slancio vitale e giovanile. Se esprime una
forza pittorica, manca però di esperienza. Ciò non preclude,
naturalmente, possibili sviluppi, che saranno tanto più efficaci se
sapranno liberarsi da dettami programmatici e collegarsi alla
tradizione, in modo creativo.
Il
filo di questo discorso, poi, riprende in maniera programmatica in
occasione di un testo per un’altra mostra, ancora alla Permanente, nel
1993. In occasione della XXXII Biennale di Milano, infatti, Ossola cura
una sezione di questa rassegna cui dà il titolo, emblematico di
Contaminazioni dell’informale, in cui si dà senso compiuto a questo
discorso. Questa sezione della mostra intendeva, infatti, offrire una
lettura dell’informale non più «[…] come scatenamento di un’esperienza
pittorica totale in cui calarsi, ma come strumento tecnico-espressivo
acquisito, variamente fuso e integrato alle esigenze dei diversi
linguaggi individuali». L’informale, insomma, come approccio gestuale
alla tela, ma che non deve necessariamente portare verso l’astratto,
anzi può essere un modo nuovo, aperto, di avvicinare la figurazione,
portandosi ovviamente dietro un modo della rappresentazione non più
descrittivo. Tutto sta, sottolinea Ossola, nel gettare “a caldo” la
pittura sulla tela, anche con risultati inaspettati o sorprendenti. «Lo
slancio nel procedere del lavoro significa fiducia negli automatismi
dell’azione pittorica, assunti al rango di motore per la fantasia
dell’artista […]». Le radici di questo modo operativo, però, risalgono
per lui a tempi antichi, proponendo gli esempi classici (almeno in
Lombardia) di Leonardo che guarda le macchie sui muri e Magnasco e la
sua pittura sprezzante, ma anche l’incisore Hercules Seghers.
Giustamente si usa il termine “figurale” anziché “figurativo”,
nell’accezione datane da Deleuze. I riferimenti figurali, infatti, «[…]
lampeggiano […] nell’apparente casualità della trama materica e
segnica, verso una graduale formazione di immagini, fino alla tendenza
all’inserimento e appropriazione fisica dell’oggetto con effetti di
bassorilievo […]».
Gli interni: “depositi della memoria”
Con queste premesse, assume un altro senso guardare anche la produzione
più nota di Ossola, legata alla rappresentazione di luoghi abbandonati,
al ritratto delle aree dismesse. L’elemento di continuità, la costante,
infatti, si riconosce in quel brulicare di presenze, di piccoli oggetti
che si animano all’interno di quella scatola prospettica, e che quella
gestualità “contaminata” dall’informale contribuisce a restituire in
uno stadio di instabilità, di trasformazione. In questa accezione,
risulta più chiaro quando nel 1978 Ossola scriveva che «negli interni,
specie di teatrini di oggetti-presenze in uno spazio teso, vuole
svolgersi un’esperienza psichico-poetica del luogo chiuso. Indagine su
uno spazio interno ma anche serbatoio dell’arcano individuale (i primi
interni s’intitolavano “depositi della memoria”) […]». L’interno
abbandonato, insomma, diventava un deposito sì, ma delle memorie che in
quel luogo si erano accumulate e che, soprattutto, si legano alla
presenza di quegli oggetti. Ecco quindi che la periferia, lo spazio
marginale, affermerà un paio d’anni più tardi, diventa un luogo
“pittorico” in cui la pittura si nutre e attinge i propri soggetti
privilegiati, una custodia dei valori umani di fronte a un panorama
artistico che, al contrario, si stava “disumanizzando”: «Questi luoghi
marginali» scriveva nello stesso 1980, «sono serbatoi di una realtà
declassata e di un’umanità latente, in gestazione per un futuro
risveglio».
Viene quindi da domandarsi in che modo possa avvenire questo futuro
risveglio, attraverso quale metamorfosi, ed anche la risposta a questa
domanda è rintracciabile nei “fogli di diario” del pittore, il quale
percepisce, in questi luoghi e nel senso di distruzione insito
nell’abbandono a se stesso degli interni, disabitati per traslochi o
per disuso, o per dismissione: dopo aver riunito sul piano inclinato
della prospettiva questa miriade di oggetti, che a volte paiono quasi
assumere vita propria, o rotolare verso l’osservatore, Ossola ne
interpreta il disfacimento attraverso una pittura larga, che tratteggia
le cose con pochi segni. Era lo stesso modo usato da Magnasco, ma anche
da larga parte dei pittori del Seicento: ad una osservazione
ravvicinata, anche i teleri di San Carlo, o almeno quelli dipinti da
Cerano, mostreranno una pittura di questo genere, ma portata su enormi
dimensioni, che spetta all’occhio ricomporre in una vista unitaria.
Tuttavia, Ossola attribuisce un significato particolare a questa
pratica o, meglio, alla visione del decadimento dell’oggetto non più
usato: «Il reperto, sfasciandosi, lentamente, riacquista la sua natura
di materia prima» (1983).
Da qui il passo verso gli interni delle industrie è breve. Scrive nel 1986:
Le
architetture della città sono i serbatoi inesauribili di vicende della
materia convogliata dall’uomo, che diventano avventure del segno nella
metafora pittorica. L’identità segno-materia è il flusso vivo che
popola le fredde geometrie, le dissemina di rapidi coaguli organici
leniti dalla luce. […]
Fino ad arrivare a un paradossale, velatamente ironico, Elogio del rifiuto del 1987:
La
vera grandezza della nostra epoca consiste nella creazione del rifiuto,
inteso come scoria, immondizia, relitto. […]La nostra grandezza sta
nella stratificazione epica dei rifiuti. Per essere illuminati
sulla natura e qualità dei nostri processi creativi dobbiamo
interrogare queste immani e indistruttibili tracce del nostro
passaggio. Vere opere collettive, arte di massa.
In
quello stesso anno, nella pittura di Ossola si avverte un cambio: la
pittura si fa più nitida, più fotografica ad una prima impressione, e
quella tavolozza di toni bruni, ocre e grigi delle tele precedenti si è
raffreddata: entra in gioco, nel grigio, una punta di azzurro o di blu.
Questo cambio avviene, più o meno, in corrispondenza del ciclo dedicato
agli interni di Villa Arconati di Castellazzo di Bollate, realizzato su
un’idea di Alfredo Paglione, titolare della Galleria Trentadue di
Milano. Il principio di fondo di quel libro era di creare un volume che
illustrasse la villa e i suoi interni, ma usando la pittura, e l’occhio
del pittore, per documentare quei luoghi. Si tratta di un compito che
la pittura si era già assunta in passato, ricoprendo un ruolo oggi
inestimabile per poter conoscere l’aspetto di edifici o ambienti oggi
non più esistenti. Portata nel XX secolo, quando la fotografia potrebbe
offrire la possibilità di una documentazione più istantanea, questa
scelta assumeva però un intento diverso, vicino a certi volumi di
fotografia d’autore, seppure usando la pittura. Dal ciclo eseguito fra
1987 e 1989 nascerà quindi un volume Fabbri di grande formato, con
testi dello storico dell’architettura e dell’urbanistica Cesare De Seta
e di Gianalberto dell’Acqua, storico soprintendente di Brera.
Sfogliando quelle pagine, oltretutto, constatare che il volume si
chiude con La stanza vuota, del 1989, sembra presago degli avvenimenti
di poco successivi: nel 1990 la villa viene venduta e svuotata degli
arredi. Persino i frammenti del monumento a Gaston De Foix di Bambaia
che vi erano conservati si trovano in vendita, e vengono salvati dalla
dispersione da un acquisto del Comune di Milano, che li destina al
Castello Sforzesco. Eppure, Bambaia non rientra nel canone di Ossola,
non attira la sua attenzione, e non compare mai nel ciclo. Va detto
però che a Sebastiano Grasso, nel 1993, l’artista osservava che
«Venduta e svuotata degli arredi, la trovo più interessante. Una sorta
di contraltare del ciclo dei capannoni…». In entrambi entrava in campo
un elemento nuovo, che contraddistingue tutta la produzione recente:
l’uso della fotografia. Stupisce un po’ constatare che nella
critica sulla sua opera non si sia praticamente mai sfiorato questo
punto, pure così importante per il suo lavoro. Ebbe invece l’accortezza
di porgli questa domanda Alberto Pellegatta, nella Conversazione col
pittore del 2005. Merita rileggere per intero la risposta che Ossola
diede in quell’occasione:
La
relazione tra fotografia e arte è nota, mentre io per vent’anni ho
dipinto senza foto, senza neanche guardare, a occhi chiusi, creavo
degli impianti spaziali per dare la prospettiva e solo più tardi mi
sono accorto che si era strutturato uno spazio tutto mio, spesso
circolare. Quando il colore di fondo era ricettivo inserivo gli oggetti
“automatici”, che stavano dentro e fuori la scena. La mia personale
metamorfosi mi ha poi portato all’uso della fotografia. I pittori si
dividono tra chi ha usato la fotografia come studio, per esempio Bacon
con Muybridge, e chi non lo ha mai fatto, come Giacometti. Poi c’è chi
l’ha praticata, come Balla, Wols, Munch, Kirchner e Delacroix. L’uso
della fotografia sostituisce lo studio dal vero del pittore, anche se
le prime macchine sono già del Cinquecento, e Canaletto usava telai
quadrettati, una specie di proto-macchina fotografica. Per la selezione
e la scelta delle immagini seguo il lavoro dei fotografi come Mimmo
Jodice, cerco immagini nelle riviste e faccio io stesso degli scatti,
oppure mi affido a qualche amico. In ogni caso sono io che scelgo e
taglio, che centro un particolare o metto a fuoco un’immagine.
L’utilisso della fotografia non implica l’ibrido epigono della Pop-art,
la libertà è diventata licenza. La fotografia mi ha permesso di
completare interi cicli sui luoghi, come per Villa Arconati o le
fabbriche abbandonate che fotografiamo con un amico scavalcando le
recinzioni. Purtroppo anche la stampa non è più la stessa, certa carta
e certe macchine non vengono neanche più prodotte. C’è un impoverimento
dell’immagine, e l’ipertrofia tecnica certo non aiuta. I nuovi
macchinari di stampa vengono cambiati ancora prima che qualcuno sappia
usarli. Ricordo spesso la bravura di un fotografo di corso Garibaldi,
Enrico Cattaneo. “La fotografia è repressione”, ha scritto Susan
Sontag, è meno libera della pittura perché ordina atti e pensieri. E
oggi subisce anche una fortissima inflazione. Le sue qualità principali
sono la prontezza e la riproducibilità a buon mercato, contro la fatica
che richiede la pittura. anche per la fotografia occorrerebbero dei
critici specialisti per riqualificare l’ambiente, come Gilardi.
Comunque, tra quadro e foto c’è un abisso e il modello dal vivo è più
adatto alla pittura moderna degli impressionisti che non alla mia.
Nessuno,
fino ad ora, ha mai sottolineato, riguardo a questa pittura, gli
effetti che ha sulla visione l’utilizzo della fotografia e la ricaduta
che questa ha sul modo di comporre. Certi scorci che Ossola utilizza,
certe viste panoramiche quasi da fish-eye, non sarebbero nemmeno
immaginabili senza l’ausilio di quel supporto, ma non tanto per il
fatto che con la fotografia si ha già un appunto visivo da cui partire
per poter lavorare comodamente nel proprio studio, quanto piuttosto per
come questo influisce sulla visione: certi scorci saltano subito
all’occhio se visti con la macchina fotografica, che non è mai uno
strumento neutro come si vuole, perché indirizza lo sguardo, a volte
allarga il campo visivo (e le possibilità immaginative) più di quanto
si creda. Era così già per l’Ottocento, per moltissimi pastelli di
Degas con degli scorci che difficilmente l’occhio, da solo, vedrebbe se
non venisse orientato dall’obiettivo. Vale, ma in modo diverso,
anche per il suo lavoro sugli interni, con delle viste che si fermano
“sulla soglia” delle stanze, o delle fabbriche. In un certo senso, è
l’impressione che si ha appena entrati, dando un colpo d’occhio
sull’insieme, senza soffermarsi sui dettagli. Secondo me, uno degli
aspetti affascinanti del suo lavoro degli ultimi anni sta proprio in
questo, cioè in una impressione quasi iperrealista di primo acchitto,
quando si guarda il quadro da lontano. Quando poi ci si avvicina alla
tela, però, in un quadro di Hopper si vedrebbe lo stesso dettaglio che
si era visto da lontano, un po’ più definito nei suoi connotati
squisitamente illustrativi. Se ci si avvicina a una sua tela, invece,
quella prima impressione viene subito smentita, perché ci si trova di
fronte una materia pittorica svelta e sprezzante: anziché chiarirsi, il
dettaglio sfugge alla vista ravvicinata: emerge una pittura gestuale,
la stessa delle serie precedenti, quando faceva delle composizioni più
“aperte”. Insomma, una gestualità immutata di fondo in ci cambia solo
lo schema costruttivo.
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