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LUCI DELLA RIBALTA - DAL 2 APRILE AL 3 MAGGIO A SPAZIO TADINI
 
   

Daniela Nenciulescu

di Claudio Rizzi

Nonostante giochi ad apparire fabbro, operaia, tornitore, Daniela Nenciulescu non perde la propria femminilità. Avvolta oltre i maglioni invernali da un grembiulone d'altri tempi, guanti da fucina e occhiali da vista che sembrano da fiamma ossidrica, Daniela non riesce ad oscurare il sorriso spontaneo. Dal primo sguardo dichiara la propria ironia, che invade l'abbigliamento, la formalità d'incontro, le riprese fotografiche. Ride perché si affronta tutto con esagerata serietà, anzi con enfasi. Si parla di artisti ma lei sostiene che artista è Michelangelo. Si parla di opere e lei dice che si tratta di lavoro. Riconduce tutto a livelli di assoluta normalità riversando modestia su di sé e umorismo sul mondo. Nonostante lo scafandro di travestimento, risulta immediato provare confidenza. Nelle sembianze del fabbro trovi una donna, una madre, una sorella grande di esperienza. Che non deride ma sorride, non disprezza ma minimizza. E riporta toni e miti alla dimensione naturale. Daniela Nenciulescu è nata e cresciuta a Bucarest, è arrivata in Italia alla fine anni Sessanta. Scivolavano sulla sua pelle le libertà di pensiero e di parola, di scelta e di vita, di poco o di nulla. Ricorda bene la carestia delle sue città quando la nostra gente già viveva il boom economico. È rimasto impresso il senso di ebbrezza e disagio vedendo un nostro negozio ridondante di offerte e rammentando il vuoto nel proprio Paese. E la condizione degli intellettuali annichiliti senza prova a discolpa. Quelli erano argomenti di grande consistenza. Gli stessi, ancor oggi, a vessare gran parte del mondo. Non prendiamoci troppo sul serio, la verità è un'altra cosa. Ha fissato le radici ad Abbiategrasso, dove la provincia è provincia ma senza le pretese della metropoli. Vive nebbia, caldo e periferia del grande centro ma vive bene, serena, ed è contenta. Se racconta degli amici si comprende che ne abbia molti. Emana spirito di solidarietà, di vicinanza. Quando parla è un fiume in piena ma non erode le rive, anzi coinvolge e anche il 88 timido dialoga con lei. Eppure la sensazione di delicatezza contrasta con la durezza del suo lavoro. Sarà un altro aspetto della sua ironia oppure lo spessore della concretezza. Lastre di ferro, d'acciaio, strumenti a taglio, a fuoco, a perforazione. Non manca niente, lo studio è un laboratorio, un'officina. Non assembla ma costruisce. Taglia e forma, piega il materiale alla volontà, lo tramuta e lo personifica, come idolo, reperto o austerità del sorriso. Non recupera lembi di scarto, compra cisterne, serbatoi, pezzi di motore e brani di meccanica, poi interviene con i suoi bisturi di chirurgia immaginifica e surreale, con giocosità un po' dada, con il piacere di banalizzare ciò che un inventore ha prodotto e nobilitare ciò che era banale. Apparentemente Daniela Nenciulescu si diverte nella fatica di grande gusto ma in realtà divertiti e felici più di lei sono i suoi lavori, che esprimono fierezza e mostrano alta dignità. Si ergono verso l'alto, si protendono al prossimo, intavolano colloquio e, se Daniela non li chiama opere, loro sanno di non essere nemmeno cose. Ora vivono una stagione nuova, colorata, hanno lasciato la scorza del ferro e assumono la pelle del bianco e del rosso. Come riverberi di luna o vellutato candore dell'anima.