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Finalmente ho il mio muro - di Cristina Crippa

 Quando Pia  mi ha messo in mano  il copione de La numero 13  - era il ’98, più o meno, stavo recitando La morte e la fanciulla – il personaggio narrante mi ha colpito con forza. Questa donna che, tornata da una passeggiata al Cimitero Monumentale, comincia a parlare di una scultura, un angelo senza testa e senza braccia, e della propria sorella, non mi era estranea. Lei e il suo doppio, la sorella gemella che non le somiglia affatto. Molto concrete, familiari, in cui riconoscevo persone reali che ho incontrato, amato e magari detestato, ne potevo immaginare voci e facce. E poi la disperazione e la vitalità mi affascinavano in questo personaggio, e il suo linguaggio, aggressivo e tenero, circolare, con un suo ritmo ossessivo, perennemente in bilico tra la lucidità e il delirio, femminilmente incline al paradosso e al corto circuito.

Così ci sono andata dentro, prendendo al volo un paio di occasioni per mettere in comune con degli ascoltatori questa storia, per dare a quelle parole un po’ di corpo, di fiato, di gesti, di suoni. Però il copione mi stava ancora in mano, comprendeva le didascalie, anche se il tutto somigliava sempre meno a una lettura e il personaggio delineandosi si allargava con una certa invadenza.

Adesso ti manca solo la pittura, mi ha detto Pia, adesso devi dipingere il muro.

Perché questo personaggio, per combattere la sua disperata battaglia contro un dolore pesante e inaccettabile, la morte di una ragazzina di tredici anni, per sopravvivere a un’agonia e a un vuoto smisurati, usa due elementi: la parola/affabulazione/confessione  agli spettatori/testimoni e il colore, l’azione concreta di dipingere un muro di giallo. Qualcosa che mischia la creazione artistica, una fatica estenuante, e lo sfregio, la ribellione all’ossessiva dominanza del bianco.

Cerchiamo il muro, allora.

Nell’ottobre 2002, durante il festival Oltre ’90, organizziamo  due repliche all’Xpò (dove poi sono tornata nel 2004, e che oggi ha cessato di essere un teatro), un piccolo capannone, ex-fabbrica, spazio anomalo, ma, per me, in qualche modo familiare.

Insieme a Elio, che aveva nel frattempo adottato il progetto, ho buttato tutto il materiale accumulato dentro questo spazio, usandone il più possibile le particolarità.

Mi sono ritrovata con un elenco di possedimenti che comprendeva: un regista, una scala, una ringhiera, un muro e una colonna bianchi veri e molto solidi, un trabattello, secchi colore pennelli, e autentiche foglie gialle di tiglio. (Tiglio, sappiatelo, albero millenario e femminile, sedativo e ipnotico. Ma sulle foglie non garantisco niente: era d’ottobre, la prima volta, e tutto era semplicissimo. A  febbraio la seconda volta, di foglie non ce ne era neanche l’ombra, ma io, astuta formica, in autunno ne avevo accumulato scatoloni in cantina, spalmate di intrugli vari per conservarle meglio. Questa volta siamo in giugno, che problema c’è, le cogliamo e le lasciamo ingiallire. Bene, le fetenti seccano ma restano verdi, fedeli al loro tempo biologico. E noi le tingiamo con lo spray, barare un po’ non può fare che bene.)

Poi avevo: una luce bianchissima, e il pubblico (c’era posto per un piccolo pubblico, circa una sessantina di persone)  vicino vicinissimo, che condivideva lo stesso luogo. Che è una delle cose  che mi piace di più.

Anche per le repliche di questa stagione ormai estiva gli spettatori mi saranno accanto, ma il muro è un altro, è il fondo del palcoscenico dell’Elfo, con i suoi anfratti, i suoi ballatoi. I nostri spettatori più antichi e fedeli ricorderanno le finestre de Il Lago o gli specchi per le apparizioni ne Le amare lacrime di Petra Von Kant.  Da quei tre buchi mi sono fatta suggestionare, sono partita per dare una nuova casa a questa storia

A proposito di condivisione. All’epoca delle prime prove un giorno Elio si è bloccato e mi ha detto ho capito. Ho capito perché ti ostini a fare questo spettacolo. Ha riso e fatto un gesto di scongiuro.

Io lo sapevo benissimo. Dovete sapere anche voi, cari spettatori, che io ho un figlio (maschio, però, niente trecce su fondo giallo, si presume) E che da quando lui è nato, insieme a una serie di piacevolezze e felicità varie che vi potete facilmente immaginare, ogni tanto avverto in me un’ansia, una paura strisciante ma apocalittica che va un po’ oltre la legittima preoccupazione. È un sentimento velenoso, che va preso accuratamente a martellate. E il teatro è un esorcismo di prima qualità.

(Avete presente la barzelletta dello psichiatra e del paziente. Dottore, dottore sono pieno di mostriciattoli verdi, di serpentelli viola… Ma stia fermo, che fa, li butta tutti addosso a me? Ecco, così potete dire per l’appunto anche voi, cari spettatori.)

Molti anni fa, con Ida e Corinna, ho messo in scena Tre donne di Sylvia Plath (tre storie femminili che si incrociano in un reparto maternità): la prima donna, quella più tranquilla, che ha un figlio che desidera e se lo porta felicemente a casa, quella forse allora, la sua ansia intendo, non l’avevo compresa del tutto. Adesso si. Altrochè.

Poi ho altre paure. Meglio, manie. Per esempio ostinarmi a non credere che sia obbligatoriamente necessario che l’arte nasca dall’infelicità e che “le circostanze sfavorevoli della vita siano le circostanze favorevoli dell’arte”.  E che la maternità e il lavoro, in particolare la creazione artistica, non siano incompatibili nella vita pratica e soprattutto nella mente delle donne. Il teatro poi, per fortuna, è un’arte artigianale molto complessa e poco, affatto, solitaria. Così è più facile inseguire “la libertà, il miracolo, il fatto che non era necessario” (un verso di Montale, che ogni tanto mi torna in testa).

Così mi fa piacere parlare di queste cose, come mi fa piacere soprattutto lasciarmi rotolare dentro questa storia, starci, per un po’ più di un’ora,  un po’ dimenticandomi di me stessa, un po’avendomi presente come non mai. Chi tra me e lei, questa donna cui Pia non ha dato nome, sia la più invadente e invasiva, non si sa bene.

Pia. Pia ci ha lasciati nel febbraio di quest’anno. No. È morta, ma non ci ha lasciati affatto. È con grande dolore, ma anche con gioia che riprendo oggi le sue parole. Ho parlato prima di esorcismi, per certe specifiche paure. Ma il sortilegio più forte e più potente del teatro, il suo potere più grande e violento, è la commistione dei vivi e dei morti, di fatti reali e di sogni, di sessi, generi ed età della vita. Nel teatro le parole, i ricordi, le immaginazioni diventano carne e ordiscono lenti e inesorabilmente la trama, la sostanza che ci fa quello che siamo

Pia. Le volte che l’ho incontrata era spesso allegra, emozionata, commossa. A volte furibonda. Avvertivi molta vita, molta curiosità, forti passioni e grandi dolori. Le storie che non sapevo me le immaginavo, facendo molta confusione con le vicende dei suoi romanzi. Ma no, è proprio molto diversa da me, mi diceva della protagonista del suo ultimo romanzo Nessun dio a separarci che io ineluttabilmente immaginavo come lei. Però rideva. E io so che il confine è labile e complicato e che questo impasto di realtà e ricordi e invenzioni si può regalare a chi lo vuole, che se ne sfami.

Le figlie di Pia al suo funerale hanno letto una poesia di Pascoli che vi voglio trascrivere.

 

S’intitola  La quercia caduta.

Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande /

morta, né più coi turbini tenzona. /

La gente dice: Or vedo: era pur grande! /

 

Pendono qua e là dalla corona /

i nidietti della primavera /

Dice la gente: Or vedo: era pur buona!/

 

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera /

ognuno col suo grave fascio va. /

Nell’aria, un pianto… d’una capinera /

 

che cerca il nido che non troverà.

 

Un’ultimissima cosa, per chi magari non lo sapesse. La numero 13 c’è davvero. È  una statua di Lucio Fontana. Corrisponde alla descrizione, e, se ci si va per gioco e per piacere, non perché forzati da circostanze luttuose, può essere bello vederla.

Vi auguro dunque buona passeggiata. Passo e chiudo.

 

Cristina Crippa, 17 maggio 2009