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Comunicato stampa:

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TERESA MARESCA
“Chiedi all’acqua”
Da 5 febbraio al 2 marzo 2009
INAUGURAZIONE CON LA PRESENZA DELL’ARTISTA
5 febbraio alle ore 18.30
Spazio Tadini via Jommelli, 24 Milano
La mostra sarà aperta tutti i giorni feriali dalle 15.30 alle 19.30.
Durante gli eventi culturali a Spazio Tadini sarà aperta fino alle ore 24
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Un titolo singolare per una mostra che raffigura l’acqua non nella sua condizione naturale, ma artificiosa, “antropizzata”. L’acqua delle piscine è simbolicamente il punto di arrivo e di partenza: è ciò che l’uomo ha saputo fare per addomesticare il mare e ciò che l’uomo a fatto per ricostruirsi un ambiente “amniotico” dove meditare, dove rilassarsi senza le insidie di una natura selvaggia. Se c’è dunque un elemento naturale eletto su cui interrogarsi sul mondo, sul senso e la direzione della vita e della condizione umana oggi è, per la pittrice Teresa Maresca, senz’altro l’acqua.
Le piscine che raffigura potrebbero appartenere alle lussuose ville californiane testimoni di quel lusso e quello sfarzo che negli anni ‘70 spingeva l’uomo a compiacerci dell’aver imprigionato e addomesticato uno degli elementi più belli, ribelli e indispensabili che ci offre la Natura: l’acqua. Oppure potrebbero essere l’acqua di una piscina qualunque che racconta, attraverso i suoi riflessi, di un mondo sempre più lontano dall’ambiente naturale e selvaggio, dove l’uomo perde i contatti con la Natura, anzi l’ostacola, la imprigiona, quasi ci si oppone alterandone gli equilibri.
Ebbene a quale di questi paesaggi oggi apparteniamo? L’uomo contemporaneo vive più una dimensione di dominio sugli elementi naturali e di “delirio di onnipotenza” grazie alla scienza e alla tecnologia o vive in un ambiente in cui ha una nuova consapevolezza dei suoi limiti ed il suo racconto diventa ambivalente tra trionfalismi e sconfitte, tra slanci vitali e decadenza?
“Ho sempre subito il fascino delle piscine senza sapere perché. O meglio, senza saperlo del tutto. Minuscole o grandi, ipermoderne o in stile liberty, a picco sul mare di Santorini o incastonate nell’afa piatta della periferia milanese, le vasche d’acqua mi attraevano per la rappresentazione
sociale che avveniva ai loro bordi, per il racconto o il romanzo che vi si sarebbe potuto ambientare. - scrive sulla mostra lo scrittore e critico letterario Leopoldo Carra -. Me ne sfuggiva il primo mistero, quello fondativo: le piscine sono natura imprigionata, imitata o trasformata dall’uomo. Sono stati questi oli di Teresa Maresca, il cui lavoro mi appassiona da anni, a farmi intuire la presenza di un simile enigma. Dopo mostre prestigiose come Ferro (2000- 2001), Fabbriche (2003) e Americana (2004), i quadri di “Chiedi all’acqua” proseguono un percorso originale e coerente, il cui senso più profondo, mi sembra, è un’interrogazione continua della modernità in termini di inquieto stupore.”

L’occhio osservatore dell’artista sulla contemporaneità si focalizza sempre su ciò che l’uomo costruisce e su attraverso cosa agisce nel suo contesto ambientale. Teresa Maresca ha raffigurato aree industriali dismesse, per esempio, o distributori di benzina che ricordano le strade desolate del Texas. La figura umana è sempre riflessa, la sua presenza è intuibile, ma non si svela mai. Il racconto dell’esistenza avviene attraverso le cose che superano di gran lunga il racconto e gli avvenimenti di una vita. Forse proprio per questo, per Teresa Maresca diventano il racconto privilegiato perché non rappresentano solo l’individuo, ma il suo contesto dal quale non può prescindere: ogni esistenza diventa storia e ogni storia diventa la storia di tutti.

La mostra di Teresa Maresca, per volontà della stessa pittrice, vuole essere anche un’occasione per parlare dell’acqua, dell’ambiente, della città.

Nel corso della mostra, presso il Salone Tadini, si ospiteranno vari eventi a tema:

• il 6 febbraio ore 21 Concerto dei Polypop che cantano a cappella musiche "pop (Formazione con al suo attivo importanti esecuzioni in RAI, RADIO POPOLARE e al Centro di Cultura Italiano ad Amsterdam). E’ composto da quattro elementi: Paola Bozzolini, Elisabetta Benetti, Paolo Colombo, Marco Macchi
• il 9 febbraio ore 21: lettura di poeti sul tema dell'acqua, presenta Roberto Mussapi

• il 23 febbraio ore 21: Giancarlo Ricci psicanalista parla dell'ansia del fondo, Laura Pigozzi e Lucia Minetti aggiungono ascolti e musica dal vivo.

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Melina Scalise

 

 
     
 
PISCINA - INTERNO
 
 
REFLECTING POOL

Il fascino della piscina, la strana attrazione verso quell’ acqua elegantemente imprigionata, non per allevare pesci, o decorare con le ninfee un giardino,  ma per nuotare: tra le tante meraviglie acquatiche inventate dai Romani, i più grandi ingegneri idraulici dell’umanità, la piscina è la più misteriosa e divertente. E’ edificata per consentire al corpo la piacevole, primordiale attività del nuoto, simbolo di libertà e leggerezza del corpo, ma anche memoria dell’antica vita acquatica da cui deriva la specie. Ma questa libertà motoria, questa ebbrezza natatoria ha luogo entro uno spazio definito e concluso, in acque controllate dal talento costruttivo dell’uomo. Se il mare è la wilderness, lo spazio infinito, la piscina è una incantevole riserva, con accezioni anche molto positive: porta la possibilità del nuoto nella città, tra le mura domestiche, testimonia la presenza dell’elemento in cui nacque la vita.  

 Da Spaziotadini e per la prima volta in Italia, Teresa Maresca espone dieci oli su tela,  grandi o piccoli, dittici o addirittura polittici, ma dedicati tutti al tema dell’acqua.

Si tratta di un’acqua un po’ meno mare e un po’ più domestica, a volte vasche di vecchi e arrugginiti bagni turchi, a volte piscine solari e californiane, come quelle di certi vecchi film, a volte corsìe da nuoto agonista, dove la figura umana sembra assente  o ridotta a semplice rispecchiamento, riflesso deformato dall’acqua,   come un trampolino o una pianta a bordo vasca.  In realtà si percepisce a ben guardare  una presenza sottesa,  in piedi, accanto a noi, sul bordo opposto, dove cade il punto di vista.

Il senso della pittura sembra essere proprio in questo enigma, in questo mistero cui è obbligato  a essere partecipe chi vuole guardare. Non sorprendono quindi le parole dello scrittore Leopoldo Carra, nel testo introduttivo a questa mostra: “Ho sempre subito il fascino delle piscine senza sapere perché”.

 

 
 
 
  QUARTET, olio su tela, cm 440x150  
 

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TESTO INTRODUTTIVO ALLA MOSTRA "CHIEDI ALL'ACQUA" DI LEOPOLDO CARRA:

Ho sempre subito il fascino delle piscine senza sapere perché. O meglio, senza saperlo del tutto. Minuscole o grandi, ipermoderne o in stile liberty, a picco sul mare di Santorini o incastonate nell’afa piatta della periferia milanese, le vasche d’acqua mi attraevano per la rappresentazione sociale che avveniva ai loro bordi, per il racconto o il romanzo che vi si sarebbe potuto ambientare. Me ne sfuggiva il primo mistero, quello fondativo: le piscine sono natura imprigionata, imitata o trasformata dall’uomo.

Sono stati questi oli di Teresa Maresca, il cui lavoro mi appassiona da anni, a farmi intuire la presenza di un simile enigma. Dopo mostre prestigiose come Ferro (2000-2001), Fabbriche (2003) e Americana (2004), i quadri di Chiedi all’acqua proseguono un percorso originale e coerente, il cui senso più profondo, mi sembra, è un’interrogazione continua della modernità in termini di inquieto stupore. La pittrice ha dichiarato di aver ricevuto il primo spunto per questa ricerca dalla riscoperta di un cult movie visionario e un po’ dimenticato: Un uomo a nudo (1968), di Frank Perry e Sydney Pollack. Il film, tratto da Il nuotatore di John Cheever e interpretato da un memorabile Burt Lancaster, mette in scena lo strano ritorno a casa del protagonista. Di piscina in piscina verso il nulla, tra conversazioni un po’ sfiatate con vecchi amici e in uno scenario sempre meno selvaggio (dai boschi d’America alle autostrade), si consuma un rito iniziatico alla rovescia, si snoda un racconto della Grande Frontiera che finisce dove sarebbe dovuto cominciare.

Nelle tele di Teresa Maresca le attribuzioni simboliche sono più difficili, e forse non sono nemmeno lecite. Ma sicuramente colpisce che le sue vasche non siano abitate da donne e da uomini, così come colpisce, intorno all’acqua, la presenza incombente della vegetazione. Insomma, siamo di fronte a qualcosa di diverso dalle piscine pop di David Hockney, dove spesso c’è qualcuno che nuota, che indugia sui bordi o che si è appena tuffato. Dove si può intravedere una villa. Dove, in mancanza di personaggi, le increspature della superficie liquida sono smerigliate ed esatte…

Le pennellate, nelle tele di Chiedi all’acqua, appaiono larghe e piene di slancio, come se dovessero suggerirci la potenza di una natura che precede e va oltre l’intervento dell’uomo, l’infinità di fondali solo in apparenza delimitati. E se la luce è smorzata, diffusa, se non è proiettata da un punto prospettico o da una fonte identificabili, è forse perché scaturisce direttamente dall’universo interiore di chi dipinge. Questo segno, che non concede nulla all’esteriorità, al lindore, ha la forza di un sogno e di un mistero. E quest’acqua oscuramente ci attrae. Nei suoi blu scuri, nei suoi verdi, nei suoi turchini vorremmo tuffarci. Come nei mondi resi vivi dai pittori più amati.

 Leopoldo Carra

 
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in mostra

FERNANDO DE FILIPPI

a Spazio Tadini

dal 11 febbraio al 11 marzo 2009

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Vento che parli con voce leggera di foglie cm.100x100 acrilici su tela 2008
 

FERNANDO DE FILIPPI

Nasce a Lecce l'11 aprile del 1940

A 11 anni è ammesso ai Corsi di Pittura della Scuola media annessa al locale Istituto d'Arte, dove vive sin da giovanissimo l'esperienza della bottega. Dopo aver conseguito il diploma di Maestro d'Arte, nel settembre del 1959 si trasferisce in un primo tempo a Parigi stabilendosi poi definitivamente a Milano, dove si iscrive all' Accademia di Belle Arti di Brera dapprima ai corsi di Pittura del Prof.Morelli , quindi a quelli di Scenografia del Prof.Varisco, conseguendo il diploma nel 1964.

Dal 1966 é Docente di Ornato Disegnato presso il Liceo Artistico di Brera.
Dal 1971 al 1973 é Direttore dello stesso Liceo.
Nel 1973 assume l'incarico del Corso Complementare di Tecniche Grafiche Speciali presso l'Accademia di Brera a Milano.
Nel 1979 é Docente di Scenografia presso L'Accademia di Bari.
Dal 1982 é docente all'Accademia di Brera a Milano.
Dal 1991 è Direttore della stessa Accademia.

Vento che parli con voce leggera di foglie cm.100x100 acrilici su tela 2008
 
Episodi della vita di Lenin 2 cm.200x160 acrilici su tela 1972 (coll. Faierabend)

Episodi della vita di Lenin 2 cm.200x160

acrilici su tela 1972

 
Cartolina da Cubacm.100x70 acrilici su tela 1970

Cartolina da Cuba cm.100x70

acrilici su tela 1970

 

Principali Mostre Personali

Selected one person shows
1959
Galleria il Sedile, Lecce;

1965 Galleria Il Cavallino, Venezia
1967 Galleria Il Centro, Napoli; Galleria Il Levante, Roma
1969 Studio Sant'Andrea, Milano; Studio Condotti 85, Roma;

1971 Galleria Arte Borgogna, Milano; Galleria Wspolczesna, Varsavia; Galleria People, Torino;

1972 Galleria Sirio, Roma; Galleria Nuove Muse, Bologna; 1973 Galleria Arte Borgogna, Milano; Palais des Beaux Arts, Bruxelles

1974 ARC 2 Musee d'Art Moderne de la Ville de Paris, Paris; Sala Napoleonica dell'Accademia di Brera, Milano;

1975 Cultural Centre Gallery, Beograd; Galerie Lara Vincy, Paris; Galleria Arte Borgogna , Milano;

1976 Galleria Toselli, Milano ; XXXVII Biennale Internazionale di Venezia (Attualità Internazionali), Venezia;

1977 Galerie Ecart, Ginevra,Galleria Bon a Tirer, Milano; Incontri Internazionali d'Arte, Palazzo Taverna, Roma;

1978 Galleria Quadrum, Lisbona; Galleria Arte Borgogna, Milano

1979 Galleria ST.Petri, Lund (Svezia); Salone Annunciata, Milano;Galleria Rotta, Genova; Frankline Fournace, New York;

1980 Studio Pasquale Trisorio, Napoli; International Cultural Center, Anversa;

1981 Studio Gastaldelli, Milano;

1982 Studio Carlo Grossetti, Milano; Museo d'Arte Moderna, Vancouver (Canada); Galleria Ester Milano, Bari;

1983 Galleria Due Mondi (Grafica), Milano; Studio Carrieri, Martina Franca, Galleria Galliata, Alassio;

1984 Galleria Vera Biondi, Firenze;

1985 Galleria Artra, Milano;Omar Aprile Ronda, Biella; Galleria Tommaseo, Trieste; Palazzo Ducale, San Cesario di Lecce;

1986 Galleria Arte Borgogna, Milano; Palazzo Comunale, Bonassola;

1987 Studio Annunciata, Milano;

1988 Kala Institute, Berkeley (California);

1989 Arte Club, Catania; New Gallery Museum Department, La Valletta (Malta);

1990 Galleria Tommaseo, Trieste; Villa Casati, Cologno Monzese; Studio Di Gennaro, Milano; Circolo del Commercio e Turismo, Trieste;
1991
Galleria Arte Borgogna, Milano; Galleria Le Muse, Bari;
1992
Galleria Arts Nouveaux, Verona; Galleria Lo Spazio, Molfetta; Galleria Arte Borgogna, Milano:
1993 Art Nouveaux, Verona ; Galleria La Roggia, Palazzolo sull'Oglio;
1994 Emporium, Bergamo; Studio Pio Monti, Il Gatto e la Volpe (con Antonio Passa, Roma,
1995 Costellazioni , Galleria AR 21 Martinengo; Il Gatto e la Volpe, Galleria Bianca Pilat , (con Antonio Passa), Milano; Il Teatro delle Apparenze, Teatro dei Vari, Colle Val d'Elsa (Si); L'Enigma Metafisico, Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, Palazzo Forti, Verona;
1996 Due Alberi Liberi (con Nicole Gravier) Gall. La Crocetta, Gallarate; Civica Galleria d'Arte contemporanea, Palazzo Lomellini, Carmagnola; Avvenimenti, Galleria Bianca Pilat, Milano; Galleria Contemporanea, Bari; I Cinque sensi della Geometria, Civica Galleria Sabionetta, (MN); Il Luogo del Desiderio/Lucrezia De Domizio, Milano;

1997 Costellazioni per Fidia, Museo d'Arte Contemporanea "Su logu de s'iscultura" Sala Polivalente, Tortolì;
1998 “I Percorsi del Mito”, Opere Recenti, Palazzo Reale, Milano; Ginestra d'Oro del Conero, Ancona; “Il Teatro del Mito”, Sala mostre centro “G. Arpino” Bra;

1999 “L'Enigma Metafisico”, National Museum of Fine Arts, La Valletta – Malta; “Poi che le stelle stanno a guardare”, Castello Aragonese, Otranto;

2000 “Carte dOriente”, Museo Butti, Viggiù; “ I De Filippi, due generazioni a confronto” Seul Fine Art Center, Seul, Corea del Sud:
2001 F. De Filippi “ Carte d’Oriente” La Rotunda, Seul, Corea del Sud, “Aurea” Torre Colombera , Gorla Maggiore ; Galleria L’Arte Club, Catania. ;

2002 “I colori del mito “, Arte - Ta matete, Milano;L’Artista al lavoro, Castel San Pietro Terme;
2003 “Come punto di Partenza” Galleria d’Arte Gio Batta, Brescia:;

2005 Centro Borges, Buenos Aires, (Argentina); Casona Municipale, Cordoba ( Argentina); Museo d’Arte Contemporanea, Rìo Quarto ( Argentina); ù
2007 Annunciata, Milano.

  La scatola grande cm-70x100 acrici su tela - 1966

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La scatola grande cm-70x100 acrici su tela - 1966

     

 

 

in mostra

M E R A

MI RACCONTI...

a Spazio Tadini

dal 11 febbraio al 7 marzo 2009

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MI RACCONTI  - CM 13 X 32 X 33
   
 

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Mi racconti…..

Mera ha la straordinaria capacità di cogliere l’anima delle cose. Se l’anima è ciò che eleva l’oggetto dal suo contesto temporale e ne fa salva la sua essenza, Mera, con straordinario rispetto degli oggetti che trova, senza alterarne assolutamente la forma originaria, li riporta a nuova vita e li incammina verso un nuovo rapporto con l’uomo. Ogni sua scultura rappresenta la somma delle parti, ma ogni parte mantiene il suo senso e soprattutto la sua storia.

 

In Mera l’oggetto utilizzato per il suo lavoro artistico non viene svuotato di senso, né è uno strumento dissacratorio come lo era per i Dadaisti. Al contrario, gli oggetti volutamente mantengono la loro fisionomia, la loro riconoscibilità, la loro identità e il loro racconto. Si tratta spesso di strumenti appartenuti alla realtà contadina della Valtellina, la sua terra. Attrezzi spesso da lavoro di cui le nuove generazioni non hanno conoscenza e Mera, attraverso la sua ricerca e il suo lavoro artistico, ne mantiene la memoria e il rapporto con l’uomo.

 

In una realtà contemporanea dove la relazione con gli oggetti è sempre più usa e getta, Mera è come se volesse restituire dignità ad alcune cose in particolare. Il suo lavoro artistico non ha nulla a che fare con l’ecologia ambientale, ma semmai con una sorta di ecologia economica. La sua ricerca è verso quei semplici attrezzi di cui l’uomo si è fornito per lavare i panni, per rompere la zolla, per lavorare, il ferro o il legno. E’ nell’anima di quelle cose che trova ispirazione, è nell’anima degli oggetti del “fare”,  che per lui hanno il pregio di aver “fatto l’uomo” e di aver costruito i basamenti del nostro presente, che Mera cerca una nuova forza espressiva, come se cercasse un nuovo senso al lavoro dell’uomo. Mera, quei vecchi attrezzi, li trasforma in animali, in personaggi, a volte vi compone scene di relazione come due cerniere di vecchi portoni, una grande e una piccola, che, semplicemente posate aperte su un asse di legno, sembrano un adulto e un bambino intenti a parlare e Mera intitola: “Mi racconti…..”.

 

Ma cosa c’è dentro quel racconto? C’è spesso la dipendenza dell’uomo da quelle cose, un rapporto inverso rispetto a quello a cui siamo abituati oggi. Ma c’è anche la vita dell’uomo stesso raccontata dalle cose, come l’attrezzo che si trasforma in un cane e sta accanto al suo padrone che esiste in quanto egli stesso è il risultato di un insieme di cose. Cose concrete. Una concretezza che Mera esprime anche dalla scelta dei materiali che compongono le sue sculture costituite prevalentemente da metalli e legno.

 

Il lavoro di Mera è un lavoro di pazienza e di un positivo rapporto con il tempo. Non ha nulla a che vedere con i tempi veloci e frenetici della vita moderna. I suoi lavori artistici sono il risultato della ricerca di compagni di viaggio di un oggetto principale su cui cade la sua attenzione. Con pazienza aspetta di trovare altre cose con cui accostarlo. A volte rimane nel suo laboratorio per anni e poi, all’improvviso, restituisce vita a un vecchio martello trasformandolo nel corpo snello e fiero di un cigno. Mera, come un abile maestro d’orchestra, quando trova gli strumenti giusti li fa suonare e raccontare insieme  con sorprendente equilibrio ed eleganza, dando a chi guarda un’emozione che lo coglie di sorpresa quando poi vi riconosce il suono dello scalpello e il rumore sordo della zappa. Melina Scalise

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SCENA DI CACCIA- CM 15 X 77 X 57

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MERA è nato nel 1963 a Vieste in Puglia .


Sin dall’infanzia frequenta la bottega del padre, dove impara ad intagliare il legno di ulivo. Gli oggetti che scolpisce sono densi di memoria e sentimento, riproducono suggestioni primitive ed elementari. Il mondo di ispirazione è quello arcaico, le tradizioni dei pastori garganici. E’ proprio in funzione del recupero di questa cultura, riapparsa alla memoria come “un quadro bucolico”, che MERA intaglia il legno trasformando il ricordo in immagine. I soggetti preferiti sono gli animali. Contemporaneamente si dedica al restauro e alla costruzione di mobili fatti a mano. Le sue qualità artistiche e la sua passione non passano inosservate. Fra le tante richieste ha realizzato delle “SCARPE SCULTURE” in ulivo per la ditta TYLOR MADE di Larciano, produttrice di scarpe GUCCI, come premio di riconoscimento a personalità del settore. Durante un reportage sul Gargano, LICIA COLO’ intervista MERA nel suo laboratorio concedendogli uno spazio di venti minuti, trasmesso poi su GEO & GEO e RAI INTERNATIONAL.

Ora vive in Valtellina. E’ proprio qui che matura ed esplode la sua vena artistica che lo porta a conoscere e utilizzare materiali “nuovi” per lui, come la pietra ollare e il ferro, elementi attraverso i quali riesce a liberare l’estro soffocato per troppo tempo. Si dedica alla scultura concretizzando così un nuovo processo creativo che coniuga antico e moderno. Scopre l’Archeo – scultura: il mezzo con cui propone un mondo parallelo fatto di quanto è rimasto di umano nell’anima degli attrezzi e dei vecchi ferri in disuso.

Le sue opere sono frutto di ricerca, riciclaggio, assemblaggio e saldatura di antichi oggetti d’uso comune di cui riscopre i valori espressivi, comunicando un messaggio nascosto dentro alla identità formale dell’oggetto, dando un forte impatto espressivo.
Dalle sue opere traspare una forza vitale. Sono una sintesi tra l’astratto e il figurativo ed esprimono una dialettica interiore che si pone fra l’istinto e la ragione.

 
 
 
 
 

in mostra

GABRIELE POLI

La Medusa delle periferie

a Spazio Tadini

dal 5 al 27 marzo 2009

 
 

 
 
   
     
   
     
   
     

Gabriele Poli d’apres Gericault

Luca Pietro Nicoletti

Gabriele Poli non è nuovo alla pratica del d’apres o, meglio, a risemantizzare i maestri del passato nel proprio linguaggio espressivo. Già nel 2007, nelle sua mani la musa Erato dello studiolo di Belfiore, dipinta da Cosmè Tura, si era trasformata in una visione surrealista, con l’architettura del trono che si sfaldava come a lievitare in assenza di gravità. Sempre nello stesso anno, su invito di Antonio d’Amico, si era cimentato, per una mostra in omaggio all’arte marchigiana, con Federico Barocci, anch’esso tradotto nella lingua pastosa e materica, a forti contrasti, di Gabriele Poli. Poco prima, dal San Sebastiano del bresciano Polittico Averoldi di Tiziano era nato lo spunto per una nuova soluzione visiva dei suoi Angeli delle periferia.

Ma tutti questi cimenti con l’antico, pure congeniali ad essere rivisitati in questa nuova veste, provenivano da sollecitazioni esterne. Con la Zattera della Medusa, invece, è l’artista stesso ad avere scelto il referente storico con cui misurarsi, e che fosse affine anche a degli addentellati culturali che fanno parte de background della sua generazione: Géricault, per Poli, è letto anche attraverso le pagine che gli aveva dedicato Giulio Carlo Argan nella sua Arte moderna. «Realismo, per Géricault» scriveva il critico romano «è […] la disfatta dell’ideale, l’inutilità e la negatività della storia, l’ostilità tra l’uomo e la natura, l’incombere della morte negli atti della vita. Ricusare l’ordine che nel flusso torbido della passione (l’energia) isola e distingue i sentimenti (le forze) dirigendoli verso un agire lucidamente deciso (la storia); cogliere […] la vita nella sua contraddittorietà e nella sua precarietà: ecco il primo assunto di un realismo, che non è affatto imitazione della natura, ma rifiuto morale della concezione classico-cristiana dell’arte come catarsi». Non è un dato esornativo, questo, perché per molti dei nati negli anni ’50 la storia dell’arte, antica e moderna, si rifà al modello proposto in quel fortunato manuale, e le opere si riempiono del senso interpretativo che ne offriva quel testo. In questa prospettiva, quindi, non deve stupire che, nello scegliere autonomamente un grande maestro su cui buttarsi a capofitto, Poli abbia scelto proprio Géricault e la sua Zattera. Ma la grande tela del 1818 era anche, per lui, un modo per avere a che fare non con una traduzione formale, bensì con una rappresentazione di grande respiro narrativo. Poli ne ha attinto gli elementi strutturali, le dinamiche compositive, ma li ha centrifugati nel suo stile, fatto di contrasti e iridescenze della luce, e di bianche lame di colore pastoso. I naufraghi della nave hanno preso le vesti dei suoi angeli della periferia, embrionali sintesi di segno-colore di una figura umana in progress.

C’è un lungo lavoro di costruzione dietro questa grande tela: molti schizzi, molti disegni che documentano un iter di elaborazione creativa. In un primo tempo, all’orizzonte della Zattera compariva un profilo urbano e l’insieme si presentava con una impaginazione scenografica. Sul bordo della zattera, poi, un televisore stava scivolando giù dalle assi di legno del naufragio: l’impianto di quel progetto era ancora molto illustrativo, ma intendeva modernizzare, attualizzare il contenuto di quel naufragio che, da fatto contingente e di attualità quale era per il pittore francese, diventava in quel momento una metafora generale della condizione umana odierna. Ma Poli non si poteva accontentare di una rivisitazione didascalica del soggetto, per cui lo ha rimesso in discussione, lo ha distorto per semplificazione di forme, lo ha contratto, geometrizzato. Infine, senza più nemmeno guardare quelle prove, è andato sulla tela, e di tutto ha fatto macchie di materia e lame di colore: il cielo si è infuocato all’orizzonte; sotto di lui, abbandonato l’aggravio di simboli e di retaggio iconologico, la narrazione è diventata puro, lacerato dinamismo di segno-colore.

Al tempo stesso, poi, non manca una ragione biografica, che riporta, a monte, al ricordo di un particolare “oggetto trovato” in una delle innumerevoli perlustrazioni della periferia sud di Milano, fermato in uno scritto del 1981: un barile che «se fossi stato in Africa avrei scambiato per un elefante abbattuto» ad un tratto, colpito da una “lama” di luce, si trasforma in «un relitto vagante carico di esistenze, perduto e dimenticato ai margini di un universo ridotto ai confini di un campo». in fondo, la grande Zattera, unendo un dato di cultura generazionale e un dato biografico, aggiunge un tassello in più a quel suo lungo canto di riscatto, o di resurrezione visionaria, della periferia.

 
 

Gabriele Poli


E’ nato nel 1957 a Milano, città dove vive e lavora. Nel 1979 si é diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Nel 1987 è segnalato alla rassegna "Giovane Arte Contemporanea" al Castello di Sartirana (PV). Nel 1995 si segnala la sua presenza alla rassegna "Percorsi dell'Astrazione" al Museo della Permanente di Milano.
Nel 1999 alla XIV Edizione del Concorso di Pittura "Treccani degli Alfieri" viene acquisita un'opera per il Museo d'Arte Contemporanea della Città di Montichiari (BS) Nel 1998 realizza un'opera per il Museo d'Arte Contemporanea "Paolo Pini" di Milano. Nel 2004 la Galleria d'Arte Contemporanea di San Donato Milanese acquisisce una sua opera.
Nel 2006 esegue tre grandi pannelli per l'ospedale Fatebenefratelli di Milano e sempre in quell'anno esegue la decorazione pavimentale per l'asilo "Il giardino dei monelli" presso la storica sede dell'Istituto dei Martinitt di Milano.
Fra le presenze più recenti si ricordano:

2008-Milano Pio Albergo Trivulzio installazione "I Colori dell'Angelo"
-Milano, Archivi del '900, "Dipingere l'immenso"
- Isola d’Elba, Park Hotel Napoleone, “Oltre gli Orizzonti dell’Anima” a cura di Antonio D’Amico
- Bologna, ArteFiera, Libro d’artista per Alda Merini
2007 – Montecosaro (MC), Complesso Agostiniano, “Ri-tratti della Memoria” a cura di Antonio D’Amico
2006 --"Megamosaico della Pittura Italiana”, Mostra itinerante nazionale a cura di Philippe Daverio: Milano, Campus Bovisa; Potenza, Museo della Provincia; Venezia, Chiesa di San Gallo, Padiglione Italia
2005- Svizzera,Ginevra, CERN, “Arte e Scienza”;
- Germania, “Berlin Mailand Kunst Aus Zwei Metropolen”.

Fra le personali più recenti si ricordano:

2009- Milano, Spazio Tadini, “La Medusa delle periferie”
2008-Milano, Incontri in Biblioteca: Biblioteca di Baggio, "Territori della pittura"
- Milano, Galleria Eclettica, “Territori della Materia” a cura di Luca Nicoletti
- Rho, Galleria Officina dell’Arte, “Milano in quattro metri quadrati” a cura di Luca Nicoletti
2007- Milano, Studio Iroko “Angeli della periferia”
2006- Sesto San Giovanni (Milano), Centro Culturale “S. Valmaggi”;
- Francia, La Gaude (NICE) "Destination Peinture 2006"
2005- Castellanza (Mi), Galleria Fondazione Pagani “Tappe per una indagine”;
- Milano, Galleria Eclettica “ Tappe per una indagine”;
2003- Milano, Galleria Cortina;

 
 
 
 
 
 
 
 


  La “zattera” dell’Arte di Gabriele Poli
Giulio Dotto

Conosco Gabriele Poli da quasi 15 anni, ma solamente in questi ultimi tempi, frequentando assiduamente il suo studio, ho avuto modo di apprezzare la sua opera e ancor più il suo carattere. Poli è il protagonista di una forte trasformazione artistica, una vera e propria “escalation” maturata, anno dopo anno, grazie al suo forte impegno e alla sua grande sensibilità verso il mondo che lo circonda. Personaggio attento alla vita di tutti i giorni e alla cose che sembrano tra le più semplici e banali dove riesce sempre a scoprire qualcosa di interessante, Gabriele Poli è anche un grande conoscitore e cultore delle opere del passato. Importanti, nella sua trasformazione artistica, sono stati i viaggi sia in Italia che all’estero dove, mete obbligate, sono sempre i Musei e le raccolte d’Arte. E’ al Louvre di Parigi che tra le tante bellezze, è stato affascinato dalla mastodontica tela “Le radeau de la Méduse” il celebre quadro di Théodore Géricalut, che racconta il naufragio della Medusa, una fregata della Marina Francese che in rotta verso il Senegal, il 2 luglio 1816, s’incagliò provocando poi una tragedia. La tela che rappresenta una delle prime opere della neonata Scuola Romantica, per il modo e la drammaticità in cui l’autore aveva narrato il fatto, suscitò proteste e polemiche in Francia. La tela di Géricault ha scosso anche la sensibilità di Poli che ha voluto realizzare la sua “Zattera della Medusa”, l’opera principale di questa Mostra dove è possibile apprezzare il cammino, di un percorso artistico sempre in ascesa, ricco dei momenti della sua costante e affannosa ricerca. Le sue tematiche, come gli “Angeli di periferia”, le “Aree dismesse”, le “Memorie dell’asfalto”, i “Caruggi”, i “Paesaggi mediterranei” o le “Fenici”, sono dei “punti cardinali” della sua Arte che, partendo sempre dalle cose più semplici, a volte anche dimenticate, grazie alla sua tavolozza e attraverso un dinamismo fatto di luci ed intrecci matrici, si muovono e prendono vita.

 
 

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in mostra

Tommy De Falco

a Spazio Tadini

dal 9 al 27 marzo 2009

 
  Tutto ha avuto inizio in un istante tra lampi di luce oscillante e vivi getti cromatici.
Zone di ombre e luce sembrano disegnare “i sentieri di un sogno”...
Tutto il lavoro sembra sfuggire alla trappola della semplice rappresentazione.
...i linguaggi cominciano a fondersi...
Il lavoro costituisce la più chiara espressione dell’artista, la sua ricerca…
Dalle superfici emergono figure, i colori svelano un messaggio nascosto...
La figura femminile affiora leggera con un colore che l’ha “lavata”, “purificata”, facendola emergere.
Un incontro tra il visibile e l’invisibile... una necessità di espressione.
L’immagine, la figura femminile resta così “sospesa” tra luce e ombra…
Queste donne catturate dalla mano dell’artista sono sospese tra realtà e sogno…
Sembrano “respirare” l’attesa, rifugiate, filtrate, macchiate nell’anima.
Sono “sotto l’effetto” di una trasformazione, di una metamorfosi imminente.
Come un gioco esistenziale che non finisce mai… una continua ricerca…
Le donne rappresentate nell’opera di Tommaso De Falco trasmettono la convinzione
che prima o poi tutto ritorna.
Attraverso le opere dell’artista, il sogno diventa l’unico ambiente in cui la memoria elabora
i nostri sentimenti più nascosti ed è sulla soglia sospesa del sogno che sembrano emergere dalla tela, dando l’idea che l’ARTE alla fine… è solo e sempre una continua scoperta.
Tommaso De Falco nasce a Torre Annunziata (NA) nel 1965. Dopo il diploma artistico, il suo percorso professionale passa attraverso una serie di esperienze lavorative che lo introducono nell'universo delle agenzie pubblicitarie, dove lavora come art director. Creativitą e curiositą lo avvicinano mano a mano alla pittura. E, attraverso una personale ricerca sulla resa del colore, sulle variazioni di tono, sullo studio di luci e ombre, De Falco spazia attraverso differenti stili espressivi. Giochi di colore, di linee e originalissime sintesi di forma riescono a esaltare le sensazioni che l'artista trasferisce nelle opere, appropriandosi di soluzioni e tecniche espressive di puro astrattismo. Sebbene, in genere, non esistano motivi che riconducano l'immagine dipinta a una qualsiasi iconografia della realtą, alcuni lavori esplorano le infinite possibilitą dell'arte figurativa: De Falco non ha come finalitą la riproduzione di un'arte rappresentativa, ma la ricerca della veritą in se stesso, che rende il dipinto "non pił il tramite, ma lo specchio dell'artista". Con il procedere della ricerca, l'autore dedica la propria straordinaria padronanza tecnica e cromatica allo studio dell'armonia e dell'eleganza delle figure femminili, ma anche al dinamismo e all'equilibrio delle figure maschili. Lo studio accurato dei movimenti e delle pose, l'osservazione della bellezza dei corpi, motivi interpretati a colpi di spatola, schizzi di colore, materia, amalgamati con sfumature oro e argento, sono il compendio delle capacitą espressive di De Falco. Dipinti di donne e uomini senza volto, inespressivi: in apparenza una pittura concreta, dove invece l'autore riesce mette a "nudo" la bellezza interiore, i valori concettuali, l'individualitą dei soggetti, e dove l'espressione pura trascende al di lą dello sguardo, che colpisce, affascina, conquista in un viaggio di libertą e visioni. Sono questi elementi a rendere particolari e unici i quadri di De Falco, personalitą emergente, da scoprire, conoscere e approfondire.  
 
 

in mostra

ALBERTO SAVI 1954/1996

a Spazio Tadini

nel 2010

 
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Forse, quando si cerca di interpretarla analizzandone la forma, questa pittura può essere guardata con due sguardi in qualche modo diversi uno dall'altro. (...) Questo sdoppiamento dello sguardo non è, non può essere definitivo. Alla fine, superato il momento dell'interpretazione, questa specie di strabismo analitico deve ricomporsi in uno sguardo (...) capace di mettere a fuoco la figura sostanziale, inscindibile, di questa pittura. (...)


Il primo sguardo che noi diamo a questa pittura, cercando di interpretarla, ci rivela quella che potremmo chiamare la sua componente espressionista. Non sono molti i veri espressionisti, nella pittura italiana contemporanea. Forse il primo Guttuso, il primo Birolli, il primo Migneco... (...). Questa è una vera pittura espressionista. Sia che affronti un tema 'mitico' come quello del Don Chisciotte sia che scelga appassionatamente di darsi allo svolgimento di temi 'bassi' - come nella serie dei contadini e dei muratori.
Deformazioni che enfatizzano il movimento dei gesti, gesti che enfatizzano il senso di una condizione umana... E tagli che sintetizzano la struttura dei corpi e delle cose. Per accelerarne e intensificarne la fondamentale funzione simbolica. Ma anche per consentire al corpo vero di trasferirsi - nella sua essenza: e senza perdersi - nella dimensione del significato. (...)
Mi sembra che sia il desiderio - un desiderio, anzitutto, di senso - ad animare quella forza 'deformante' che ho chiamato 'espressionista'.
Adesso, dovrei dire qualcosa a proposito del 'secondo sguardo' che si è nominato all'inizio (...)


Che cosa si mostra, a questo secondo sguardo? Si mostra, secondo me, l'evidenza di una grande forza costruttiva. (...) Si mostra in atto, questa forza costruttiva, nella struttura di ogni personaggio, di ogni cosa dipinti. Si mostra in atto nella scansione che dispone personaggi e cose nello spazio. (...)
Che cos'è, allora, che muove questa forza costruttiva? Mi verrebbe da dire: a muovere questa forza costruttiva è la ragione. Una ragione che sa calcolare, che sa valutare. E che, in base a calcoli e valutazioni, dispone ogni elemento, nel dipinto, al 'suo' posto. In una 'composizione'.
Ma forse dire così non è giusto. Se guardiamo questi quadri, ci convinciamo che a muovere quella forza costruttiva non è la ragione. È, piuttosto, quello che potremmo chiamare un istinto. Probabilmente l'istinto di cui ho parlato è parte integrante della natura di questo pittore. (...)

Lo vediamo negli schizzi, nei disegni preparatori. Sono tracciati di getto, senza indugi, senza pentimenti.
Ho parlato di desiderio, di istinto. Ma dove e quando si mostra, allora, in questi dipinti, la volontà del pittore? Forse si potrebbe dire che la volontà del pittore si mostra, paradossalmente, nello spazio e nel tempo che si aprono tra un dipinto e l'altro. Quando il pittore pensa a ciò che ha fatto, e lo giudica, e si propone di lavorare ad altro - a un altro tema, a un'altra storia. Il che, naturalmente, è parte integrante del suo lavoro. (...)


Forse la prima cosa che ogni dipinto rappresenta è la connessione naturale che si dà tra corpo - sensi - e sapere. Questi dipinti, certo, la rappresentano.


EMILIO TADINI



 
 
 

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“LUCI DELLA RIBALTA”

a cura di Claudio Rizzi

a Spazio Tadini

dal 2 aprile al 4 maggio 2009

La mostra “Luci della ribalta” intende inquadrare alcune personalità, dotate di identità tecnica e poetica, in grado di rappresentare un palcoscenico diverso, oppure nuovo, rispetto al solito. L’arte vive, matura e si rinnova nelle proprie espressioni, senza  fossilizzarsi nel passato e nei ritornelli di grande clamore.

Oggi, e domani, gli autori chiamati ora in scena possono considerarsi autorevoli comprimari e possibili protagonisti.

L’idea espositiva chiaramente si contrappone ai dettati di mercato, che tendono a ribadire quanto già noto e assodato senza particolare dispendio di energie nella segnalazione e nella promozione del nuovo.

Il progetto si appropria dunque di un ruolo “istituzionale” o pubblico intendendo monitorare un panorama, selezionarne valori e contenuti, evidenziare tensioni di qualità.

Si tratta comunque di una mostra, non di un censimento: pertanto occorre intendere le presenze in mostra non come totalità ma come parte di una totalità certamente e potenzialmente più ampia.

Il concetto di mostra, dunque di allestimento e progettualità, vincola anche le scelte degli autori, invitati non solo per i meriti soggettivi ma per la coerenza d’insieme.

In realtà, la “ribalta” dell’Arte Contemporanea di oggi e domani è più vasta dell’attuale palcoscenico ma la ricerca o l’auspicio di una dialettica di coerenza che si possa sviluppare dalla coesistenza delle opere in mostra, induce a individuare determinati linguaggi e strumenti espressivi senza dilatare ulteriormente lo spartito.

Ne deriva un comune denominatore privo di figura, da intendersi non quale rifiuto ma semplicemente come scelta di metodo.

Il progetto prevede la presenza di circa venti artisti, rappresentati da due opere ciascuno, documentati in catalogo da testi esaurienti e un ricco apparato fotografico.

........   seguiranno dettagli  .........

 

 

 

 

 

Elenco artisti

Valerio Anceschi

Alberto Barbieri

Claudio Borghi

Giovanni Cerri

Mario De Leo

Giovanna Fra

Grazia Gabbini

Maria Cristina Galli

Max Marra

Franco Marrocco

Maria Molteni

Daniela Nenciulescu

Raffaele Penna

Antonio Pizzolante

Dolores Previtali

Grazia Ribaudo

Alessandro Savelli

Rita Siragusa

Elena Strada

Pierantonio Verga

Giorgio Vicentini

 

in mostra

Lo sguardo obliquo
Sibyl Coen,

Pietro Finelli,

Martin Gimenez,

Arnold Helbling,

Aga Ousseinov,

Gorazd Poposki,

a cura di Pietro Finelli
a Spazio Tadini

dal 7 maggio al 4 giugno 2009

........   seguiranno dettagli  .........

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in mostra

FRANCESCA MAGRO
a Spazio Tadini

dal 7 al 30 maggio 2010

.....seguiranno dettagli.....

 
 
 

in mostra

SABRINA MICONI
a Spazio Tadini

dal 7 al 29 maggio 2010

.....seguiranno dettagli.....

 

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mostra personale di

MICHELE

CANNAO'

da giovedì 4 a martedì 30 giugno 2009

a Spazio Tadini

 
   
 
   

Di origine siciliana, Michele Cannaò nasce il 14 febbraio 1955, giorno di San Valentino, sotto il segno dell'acquario. Giovanissimo comincia a dipingere.

A Messina allestisce le sue prime mostre e, dopo gli studi di Architettura, si laurea in Scienze Politiche.
Dopo una serie di viaggi, all'inizio degli anni Ottanta si trasferisce definitivamente a Milano, dove intraprende l'avventura interdisciplinare tra arti figurative e teatro.
Nei primi anni, lavorando nello studio-laboratorio del pittore Togo, approfondisce la tecnica dell'acquaforte. Seguendo il lavoro di Dario Fo, fonda la Compagnia Teatrale La Credenza. Crea eventi d'arte: a  Milano le prime esperienze di teatro non-stop per due stagioni consecutive ottengono un ottimo successo (Infesta 88/89). 

Ma l'impegno nell'Arte continua: è del 1989 la personale di incisioni a Palazzo Sormani di Milano. Così come continua il suo lavoro di organizzatore di eventi artistici: nel 1991 fonda a Milano lo Studio La Credenza, laboratorio permanente delle arti e luogo di incontri con scrittori, poesia e performance teatrali nelle Nottate d'Arte. 

Dal 1995  al  1999 dirige e organizza cinque edizioni di Kaló Neró, il festival delle arti (Teatro, arti visive, jazz, musica classica, editoria) che coinvolge più luoghi della riviera jonica siciliana da Messina a Taormina. Quando gli eventi hanno il sopravvento sulla manifestazione, Cannaò decide di prendere il festival, piegarlo con cautela e metterlo in un cassetto, al riparo da manipolazioni inopportune. Di quell'esperienza rimane il Piccolo Teatro della Scaletta fondato a Scaletta Zanclea (ME) nel 1996.
Alla fine degli anni Novanta riprende l'attività espositiva che "rende visibile" un lavoro pittorico mai abbandonato.

Nel 1999 allestisce la personale Labirinti  presso Palazzo dei Leoni a Messina che raccoglie le opere realizzate intorno al tema della tauromachia e  del labirinto. Realizza in questo periodo il Catalogo ragionato della sua opera dal 1974 al 1999 con interventi di Rossana Bossaglia, Angela Manganaro, e Michele Passalacqua. Allestisce una personale a Capo d'Orlando (ME) e partecipa a una collettiva a  Milano. Infine il 2001 è un anno di intensa attività espositiva quasi tutta incentrata a Milano. Alla fine del 2001 Cannaò organizza per il Circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano tre incontri sulla cultura Siciliana incentrati su Federico II, Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo.


Nel 2002 prepara l'antologica Le ragioni di un sogno  alla Cascina Grande di Rozzano (MI) e la mostra di disegni e incisioni a Villata (VC).

Del 2003 è invece la personale al Castello Ruffo di Scaletta Zanclea (ME). L'anno dopo realizza una mostra alla Galleria IsTinto di Milano.

Il 2005 è l'anno della mostra Ritratti che girerà l'Italia fino al 2006. A questa mostra itinerante si aggiunge la personale di incisioni Le ragioni di un sogno realizzata a novembre alla Rocca Viscontea di Lacchiarella (MI) e a dicembre negli Archivi del '900 di Milano.

A maggio del 2006 inizia il percorso di Odisseo Scilla & Cariddi alla galleria Spazio Lattuada di Milano: lavoro su Ulisse, sulll’errare nel suo doppio significato di sbagliare/viaggiare, del viaggio alla ricerca di un riappropiamento possibile, del dolore dell’attraversamento, della fatica di colmare lo iato tra due sponde che sono anche due mostri (Scilla e Cariddi) o due mostruosità del nostro immaginario.

 
 
 
 
 
 
 
 
 

in mostra

MICHI PESTALOZZA
a Spazio Tadini

dal 4 al 24 giugno 2010

.....seguiranno dettagli.....

 
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da giovedì 2 luglio a venerdì 31 luglio 2009

a Spazio Tadini

 

“Après le Solstice”
 dipinti di Daniela Caciagli, Riccardo Corti,
Guido Morelli, Armando Orfeo, Valente Taddei

 

 

Dal 2 al 31 luglio 2009, presso lo Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano è allestita la rassegna di arti visive “Après le Solstice”, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio.

 

In esposizione recenti dipinti di Daniela Caciagli, Riccardo Corti, Guido Morelli, Armando Orfeo, Valente Taddei: 5 artisti promossi da Mercurio Arte Contemporanea, galleria viareggina diretta da Gianni Costa, presso la quale si trovano in permanenza le loro opere.

I 5 pittori hanno all’attivo nutriti curricula espositivi, con mostre allestite sia in Italia che all’estero: seppur differenti tra loro per cifra stilistica e formazione estetica, sono accomunati da un sicuro spirito di ricerca nell’ambito della figurazione contemporanea.

 

La mostra “Après le Solstice” è corredata da 5 cataloghi recenti - uno per ogni artista - curati da Mercurio Arte Contemporanea.

 
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Caciagli (Bibbona, 1962) realizza dipinti ad olio e acrilico contraddistinti da una cifra stilistica in cui si uniscono con originalità richiami di matrice pop e surrealista. L’artista cerca di plasmare la realtà e di farla immaginare in continua mutazione, creando libere associazioni fantastiche di frammenti di vita quotidiana, in cui i riferimenti spazio - temporali  appaiono sfumati. La pittrice è stata finalista al Premio Arte Mondadori 2007 con l’opera ‘Soli’, che è stata esposta al Palazzo della Permanente di Milano.

 

   
 

Corti (Firenze, 1952) raffigura esili pini, policromi agrumi in sezione e bastoncini sospesi nel vuoto, in oli su tela nei quali la morbidezza della pennellata compone un gioco testuale di elevato pregio stilistico. Nella produzione recente si segnalano i ritratti di grande formato, in cui l’artista offre un’originale rivisitazione del linguaggio della Pop Art: suggestivi dipinti ad olio nei quali la verosimiglianza si unisce ad un lucido tratto poetico interiore. Tra i personaggi della cultura che si sono occupati del suo lavoro, si segnalano Salvatore Accardo e Umberto Tirelli.

 

   
 

Morelli (La Spezia, 1967) amplifica la dimensione del ricordo nei rarefatti paesaggi naturali dei suoi oli dal sapore materico. L’artista, che da anni vive e lavora a Piacenza, predilige concentrarsi su un linguaggio psicologico del dipinto: si allontana da qualsiasi aspetto descrittivo, mirando ad una pura fusione di colore e luminosità. Nei suoi dipinti non si ritrovano evocazioni di luoghi reali, bensì composizioni basate su un sottile gioco di rispondenze e sull’equilibrio degli spazi. Nel 2008 una sua grande tela - cm 150 x 150 -  è stata acquistata dal MIM Museum in Motion di San Pietro in Cerro.

 

   
 

L’universo creativo di Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) è vicino al mondo dei fumetti  e dei cartoons: nei suoi dipinti il personaggio del ‘Signor Cozza’, sorta di stereotipo del borghese medio, immerso in surreali paesaggi urbani nei quali i grattacieli ondeggiano, appare perennemente combattuto tra routine e voli pindarici. Le peculiarità comunicative di queste opere hanno trovato notevole riscontro anche nel settore della pubblicità: importanti aziende nazionali e internazionali (tra le altre, Fiat Engineering, Finanza & Futuro, Vaillant, Perfetti) hanno utilizzato l’immagine dell’artista per le loro campagne promozionali.

 

   
  Taddei (Viareggio, 1964) realizza oli e chine su tela e su carta dall’impronta concettuale e dal carattere narrativo, sviluppando racconti minimi il cui protagonista è un inconfondibile ‘omino’, alle prese con situazioni in bilico tra ironia e paradosso. I suoi lavori si impongono per l’efficace sintesi del segno, offrendo spunti di riflessione e segnalandosi per la fantasia nelle composizioni. Di particolare rilievo la collaborazione con la casa editrice Einaudi: nel 2008 Taddei ha realizzato 10 tavole per il saggio ‘Pandora, la prima donna’ di Jean - Pierre Vernant, pubblicato nella collana ‘L’Arcipelago’.    
         
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-----------per ulteriori informazioni:  http://www.mercurioviareggio.com/home.htm
 
 

in mostra

RAFFAELE CIOFFI

a Spazio Tadini

dal 15 settembre al 4 ottobre 2009

Claudio Olivieri
testo per il catalogo "Il volto dell'anima" Young Museum, Revere (Mantova) :


Per Raffaele Cioffi

"Ma chi, per amore di chi?" si domandava Rilke scrutando l'abisso di povertà spirituale che, come un malinconico presagio, accompagnava la sua vita.

Ed ora, dal fondo di quell'abisso, io mi chiedo se sia ancora possibile dedicarsi ad una genesi dell'immagine sino a farla riemergere da una condizione segregata, quasi sopraffatta dall'accecante pervasione delle merci, della loro onnipotente presenza.

E' ancora forse l'alchimia della luce che può in qualche modo ricomporre ciò che sembrerebbe per sempre dissolto.

E' affacciarsi alla desolazione e riuscire a vedere un altrove, un'eburnea chimera da inseguire senza forse poterla mai raggiungere.

Così Raffaele sa far tesoro anche del bagliore artificiale di uno schermo, dello spiovere di un raggio nell'oscurità di un suburbio, nell'attimo in cui i fari bucano il nero della notte o la foschia dell'inverno.
Lui saprà farne la sorgente di una epifania che la tenacia e il desiderio travasano in pittura, alitando trasparenza e colore, costruendo varchi e soglie di un possibile sconfinare oltre la cecità, oltre l'opaco regno dell'indifferenza. Al ricatto del qui e ora opporre l'istanza dell'infinito, al selvaggio oppressivo della comunicazione la vertigine liberatoria del mistero.

E se ci verrà chiesto un perché non si potrà che rispondere: "per amore, solo per amore".

Claudio Olivieri

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in mostra

1968 i manifesti del maggio francese

a Spazio Tadini

dal 17 settembre al 5 ottobre 2009

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Caresses du temps

a Spazio Tadini

dal 9 ottobre 2009

 

in collaborazione con la

Galerie ORENDA

di Parigi

a cura di Luca Pietro Nicoletti

 

Maria Papa Rostkowska- sculture

Anne de Kervasdoué - fotografie

 

 

     
 

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MARIA PAPA ROSTKOWSKA
née Baranowska
Maria Papa Rostkowska est née à Varsovie d’une mère russe (Nadieja Juduszkin) et d’un père polonais (Boleslas) qui se sont rencontrés à Moscou avant la révolution bolchevique. En 1943, elle épouse Ludwik Rostkowski Jr, homme politique polonais, Vice Président de l’Union des Etudiants Démocrates ("Stronnictwo Demokratyczne"), Médaille des Justes. Avec son mari et son beau-père, le docteur Ludwik Rostkowski Sr, membre fondateur de l’Organisation Zegota, et de son épouse Janeczka, elle participe au sauvetage des Juifs du Ghetto de Varsovie. Lors de l’insurrection de Varsovie en 1944, elle s’engage dans l’Armée du Peuple, participe activement aux combats contre les Allemands et obtient, après la libération, la Médaille Virtuti Militari pour ses faits de guerre.

Pendant l’occupation, elle étudie l’architecture et les Beaux Arts. En 1945, elle donne naissance à un fils, Nicolas Rostkowski.
Deux ans plus tard, elle reçoit une bourse du gouvernement français, renouvelée par l’UNESCO pour poursuivre ses études artistiques à Paris.

En 1950, elle devient veuve, son mari étant emporté par la tourmente et la répression staliniennes. Elle part alors de Varsovie et obtient un poste d’Assistante à l’Ecole Supérieure des Beaux Arts à Sopot. En 1953, elle est nommée Professeur Associé à l’Académie des Beaux Arts de Varsovie (« Akademia Sztuk Pieknych w Warszawie »). Elle prend part à des expositions en Pologne et obtient de nombreux prix. En 1954, elle exécute de grandes décorations murales dans la vieille ville de Lublin et se voit décerner pour ce travail le Prix d’Art de l’Etat Polonais.

En 1957, à l’invitation d’Edouard Pignon, elle se rend à Paris, qui après Varsovie et Slonim (Belorussie) devient la ville de son cœur et où elle s’installe définitivement.
Un an plus tard elle épouse Gualtieri Papa di San Lazzaro, critique d'art, écrivain, journaliste italien, fondateur de la Revue d’Art XXème Siècle et propriétaire de la Galerie XXème Siècle à Paris. Elle continue à peindre mais, à Albisola, (Ligurie, Italie) elle découvre la céramique et la terre cuite et graduellement elle commence à se consacrer à cette forme artistique. Elle travaille à Albisola dans l’atelier de Tulio d’Albisola en compagnie de Fontana, Capogrossi, Roberto Crippa, Lam, Milena Milani, Piero Manzoni, Fabbri et d’autres. Carlo Cardazzo expose ses terres cuites dans sa Galleria del Naviglio à Milan. À Paris, elle exécute plusieurs bronzes et prend part à de nombreux salons et expositions en France et à l’étranger. Elle entretient des relations d’amitié avec Miro, Chagall, Hartung et Anna Eva Bergman, Serge et Marcelle Poliakoff, Estève, Marino Marini, Henry Moore, Dubuffet, Soulages, Pignon, Magnelli, Signori, Emile et Babet Gilioli, Arp, Anita et Roger Vieillard, Istrati et Natalia Dumitrescu, André Pieyre de Mandiargues, Guadagnucci, Ionesco, Vittorio de Sica, Cesare Zavattini, Nina Kandinsky, Sonia Delaunay, André Verdet, Alicia Penalba, Olivier Debré, Music, Roberto Crippa, Scanavino, César, Adolf Rudnicki, Krajcberg, Sutherland, Bona de Mandiargues…

En 1966, elle est invitée à participer au Symposium du Marbre organisé par les Marbreries Henraux à Querceta (Versilie, Italie), où elle découvre le marbre qui devient sa matière de prédilection. La même année, elle obtient le « Prix Nelson William and Noma Copley (New York) pour la Sculpture ». Depuis lors, elle a créé une large gamme de sculptures en marbre et en pierre, des plus monumentales aux plus intimes, pour la plupart en « taille directe ».

En 1968, son fils Nicolas épouse Joëlle Ribert, future ethnologue, passionnée de voyages et de religions comparées. Sous leur impulsion, elle voyage beaucoup, découvre les États-Unis, l’Inde et l’Iran. Elle se rend à Téheran en 1974, à l’invitation de Farah Diba et plus tard, en Russie, où elle expose au Musée de l’Ermitage. Elle retrouve sa Pologne natale en 1994 en compagnie de son amie de toujours, Rosetta Corsetti. Elle expose à Varsovie ses oeuvres avec son amie d’études, Aryka Madejska. La télévision polonaise a consacré un film à son travail.

Ses œuvres se trouvent dans des nombreuses collections privées et publiques françaises, américaines, suisses, belges, italiennes, polonaises, japonaises et russes. Plusieurs de ses sculptures et bas-reliefs ornent des villes européennes et notamment Paris
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"Venus noire",

sculpture de Maria Papa,
marbre noir de Belgique, (exposée à l'Ermitage de Saint-Pétersbourg, 1995), 1985

 
 

ANNE DE KERVASDOUÉ

Regarder une photo d’Anne de Kervasdoue, c’est d’abord plonger dans la noblesse de l’élégance. L’élégance exigeante, celle que l’on construit, pudique, généreuse et forcément tournée vers la beauté. J’aime regarder ses photos, elles me donnent de l’émotion.

Elles sont des tableaux. Anne pointe son objectif comme l’on pose un chevalet. La lumière qu’elle choisit, qu’elle attend si patiemment, le reflet mouvant des eaux, la minéralité des paysages, la statuaire des personnages forment un cadre, au sens du tableau. Un tableau épuré et instinctif, libre surtout, loin de toute concession aux facilites du conceptualisme.

Etonnante d’ailleurs cette sérénité d’Anne la photographe, elle qui dans le secret de son cabinet, recueille tant de douleurs, écoute et soulage si bien les souffrances. Anne a choisi l’évasion et la poésie. Elle recherche la beauté, la magie d’un paysage. Elle sublime la réalité. Dans ce travail quasi mystique, la nature est magnifiée. Elle est celle dont on rêve tous pour nous échapper des turpitudes du monde moderne.

 Florence Schaal


  Quelques éléments biographiques sur Anne de Kervasdoué

Après des études de Lettres puis de Psychologie, et ensuite l’enseignement de la littérature Française pendant trois ans aux Etats-Unis, alors mère de deux enfants, Anne de Kervasdoué entreprit à 26 ans des études de Médecine.
Elle est Gynécologue Médicale à Paris et l’auteur de plusieurs (six) ouvrages publiés aux Editions Odile Jacob et notamment :
« Questions de Femmes » (1989), traduit en une dizaine de langues et réédité 4 fois.
« Questions d’Hommes » (1996) en collaboration avec le Docteur Jean Belaîsch
« Pourquoi les femmes souffrent-elles davantage et vivent-elles plus longtemps ? », (2005) en collaboration avec le docteur Jean Belaisch.
Parallèlement et quasiment depuis toujours, elle prend des photos
     
 
 

in mostra

PAOLO VALLE
a Spazio Tadini

dal 9 ottobre al 5 novembre 2009

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Paolo Valle è nato a Venezia il 18 febbraio 1948. Dopo essersi diplomato in arti grafiche ha frequentato un corso di pittura tenuto da Oskar Kokoschka. Tale incontro sarà fondamentale nella determinazione del suo linguaggio artistico. Paolo Valle è oggi artista apprezzato nel contesto internazionale e protagonista affermato nell'attuale panorama dell'arte contemporanea. Ha insegnato litografia, calcografia e serigrafia a Roma e a Venezia. La sua pittura è presente nei principali musei di Svezia, Finlandia, Danimarca, Cile, Sud Africa, Ex Jugoslavia, nonché in collezioni pubbliche e private. Vive e opera a Venezia privilegiando talora il silenzio delle isole della Dalmazia.

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in mostra

Nicola Brindicci
fotografia

a Spazio Tadini

dal 11 novembre al 4 dicembre 2009

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in mostra

GIANFRANCO TESTAGROSSA
a Spazio Tadini

dal 8 dicembre 2009 al 11 gennaio 2010

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in mostra

CECILIA CAPUANA
a Spazio Tadini

dal 15 dicembre 2009 al 21 gennaio 2010

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in mostra

LORENZO PIETROGRANDE
a Spazio Tadini

dal 14 gennaio al 8 febbraio 2010

 
 

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LORENZO PIETROGRANDE

BREVE PROFILO
di Luca Pietro Nicoletti

La critica ha spesso insistito su una lettura in chiave settecentesca e tiepolesca della pittura di Pietrogrande, complici i suoi natali veneziani, ma senza esplicarne con chiarezza il nesso: non basta il dato anagrafico a giustificare una predilezione di gusto e di scelte espressive. La passione di questo artista per i maestri italiani del Sei-Settecento, e i prelievi che effettua da quella produzione del passato, si spiega solo ad uno sguardo ravvicinato, isolando dalle grandi pale d’altare e dalle grandi narrazioni delle porzioni di panneggio dipinto e se ne facessero dei quadri autonomi. Così si potrà comprendere l’affinità di un modus operandi sprezzante, a cui basta l’esibizione della propria rapidità di esecuzione per restituire una rappresentazione sufficiente a se stessa. Non è un caso che molti dei lavori dell’inizio degli anni ’90, con grandi cappotti, porzioni di figura che rimandavano a un corpo intero che non riusciva ad essere contenuto nei margini del dipinto, si intitolassero Dipinto o Pittura: il soggetto era solo un pretesto, in fondo, per una propria interpretazione dei valori visivi della pittura.
Mettendo in fila i referenti storici, questo gusto per la sprezzatura pittorica, per le figure ricavate da una preparazione di fondo color mattone, va miscelato con eco dei nuovi Selvaggi tedeschi.
Tutti questi caratteri sono rimasti costanti anche quando, in anni recenti, la produzione pittorica di Pietrogrande si è aperta al paesaggio, con certi cieli compatti che hanno fatto pensare a David Hockney, ma che sono percorsi da nubi dense e tumultuose ignote all’artista inglese.
Ampi spazi e una materia sempre più scarna e pauperista hanno dato atto a una pittura liquida, fatta volentieri di colature, con tele mai affollate da cui l’uomo è escluso: al suo posto, come un controcanto comico, o sostitutivo metaforico, a diventare protagoniste sono le oche. È la Liguria della riviera di levante, però, il luogo privilegiato di questa riscoperta del paesaggio; più rare le città, quasi sempre dall’alto, a dare più spazio ai cieli che alle case. Pietrogrande, in fondo, ha sempre fuggito la saturazione degli spazi: pochi oggetti, pochi elementi sono sufficienti per dire tutto, e bisognerà chiedersi in che direzione condurranno le piccole, buffe automobili dei quadri recenti, pronte a uscire dalla tela per lasciare assolutamente libero il campo.

........   seguiranno dettagli  .........

 
 
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MOSTRE GIA' SVOLTE:

 
 

dal 14 al 31 GENNAIO mostre personali di

  Sissy Rizzatto e Giuliana Maldini

 
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Mostre 2007
20 settembre - 26 settembre............Luciano Foffa (fotografia)
27 settembre - 3 ottobre...............Gianni Allegra
11 ottobre - 17 ottobre................Marino Iotti
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19 ottobre - 28 ottobre................Giovanni Battista Pedrazzini
15 novembre - 20 novembre..............Gabriele D'Agaro

30 novembre - 27 gennaio 2008..........Claudio Onorato

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Mostre 2008

30 gennaio - 12 febbraio............Manusch Badaracco

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14 febbraio - 29 febbraio...........Raffaella Formenti

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4 marzo - 18 marzo..................Enzo Silvi

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28 marzo - 14 aprile................Lorenzo Piemonti

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23 aprile - 12 maggio...............Giovanni Cerri

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23 aprile - 12 maggio...............Riccardo Sabbadini(fotografia)

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14 maggio - 27 maggio...............Marc Chiat

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29 maggio - 15 giugno...............Mario De Leo

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16 giugno - 1 luglio................Cesare Giardini

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3 luglio - 20 luglio................Riccardo Rossati

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25 settembre - 12 ottobre...........Maria Mulas (fotografia)

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2 ottobre - 12 ottobre.......................................

......................Fabio Rodriguez Amaya e Rosalba Campras

16 ottobre - 9 novembre.............Andrea Cardile

......link a biografia e mostre di Andrea Cardile

11 novembre - 24 novembre.....Collettiva "Migrazioni Mediterranee" in collaborazione con la Galleria Koiné Scicli

***Presto saranno disponibli le cartelle stampa e le presentazioni

di tutte le mostre in programma.***